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Modena, la rabbia dei professori tra contratti e supplenze

di Gabriele Farina
Modena, la rabbia dei professori tra contratti e supplenze

In centinaia per lo sciopero: «Siamo umiliati tutti i giorni, come possiamo valorizzare gli alunni? Stipendi fermi e blocco delle trattative: così non va»

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MODENA. «Se siamo umiliati come insegnanti come valorizziamo i nostri alunni?».

È la domanda rivolta ieri mattina in Prefettura. Ad alzare la voce sia i professori sia i tecnici amministrativi. Sono circa duecento alle 10.25, il momento di punta di una protesta sentita, ma pacifica. È allora che i manifestanti bloccano il traffico in viale Martiri della Libertà. «Con-trat-to-su-bi-to», scandiscono. Il documento è il contratto nazionale che li tutela.

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«È scaduto da sette anni - esordisce Mara Mellace, docente e rappresentante del settore scuola della Cgil - sebbene la Corte Costituzionale abbia sancito l’illegittimità del blocco dei contratti pubblici. Abbiamo perso centinaia di euro ogni anno per il mancato rinnovo, ora lo esigiamo. Ciò è collegato ai fondi pensionistici, che si perdono con il mancato rinnovo. I nostri stipendi sono molto più bassi della media europea».

«Un insegnante fa tanto lavoro nero - denuncia Massimo Rossi, docente d’italiano alla scuola Marconi - perché deve fare tante ore in più non riconosciute. Vogliamo il badge per poter verificare quanto lavoriamo». «Non vogliamo le misure placebo di Renzi - sottolinea Rossella Vezzalini, docente d’italiano alla scuola media Carducci - come il bonus di cinquecento euro: se ne spendono più per la formazione. Se siamo umiliati come insegnanti come valorizziamo i nostri alunni?».

Pochi i volti giovani. «Sono un’insegnante da poco abilitata - riconosce Maria Cadelo, docente al Formiggini di Sassuolo - ho fatto il tirocinio formativo attivo (Tfa), che è stato equiparato alla Sis (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario). Eppure non sono di ruolo e non capisco perché abbiano dovuto fare i concorsi» «Quando andavo al Selmi - riprende Viviana Zucca, studentessa universitaria a Bologna - le proteste erano più sentite. Ora siamo sempre quattro gatti. Sono arrivata per solidarietà».

Il mondo dell’ateneo di Modena e Reggio è rappresentato da tecnici amministrativi. «La maggioranza di noi - riprende Luigi De Nittis - non supera i 1.300 euro al mese. Non valgono più come la stessa cifra nove anni fa o i 2.6 milioni di lire di un tempo. I dipendenti pubblici non sono ‘coccolati’ dallo Stato. Il dieci per cento dei lavoratori della pubblica amministrazione è interinale». In mano hanno libri come “Lettera a una professoressa” o lo stesso contratto in discussione. Sono simboli di un sapere che appare loro sempre più negato. Qualcuno, come Marco Muzzioli, ipotizza sia un modo per favorire le scuole private.

«Abbiamo già perso in media cinquecento-seicento euro al mese. Siamo non dico al collasso, ma poco ci manca», riprende Muzzioli, uno dei tanti rappresentanti del Selmi. «In tutto ciò - prosegue Mercurio Diodato - alla Camera si lamentano per 2.500 euro al mese di stipendi. Non vorremmo arrivassero dalle cooperative esterne, con dipendenti che costano 4.300 euro al mese, sebbene un operaio ne riceva ottocento». «Abbiamo perso il potere d’acquisto - aggiunge Carmelo Randazzo - protestare serve sempre. Non vorrei essere nei panni dei presidi perché hanno tutto sulle loro spalle, a partire dalle nomine. Mariastella Gelmini? Era una santa a confronto di Stefania Giannini (ministro dell’Istruzione)». «È stato un anno difficilissimo», riconoscono Claudia e Assunta del personale Ata. «Chiediamo l’apertura di un tavolo - rivendica Monica Barbolini, Cisl Scuola - perché il contratto è fermo da tre anni. Quest’anno ci sono state tre volte i supplenti dello scorso anno: la “supplentite” è peggiorata. «Si trovano insegnanti di 66 anni a confronto con bambini di tre - riprende Liviana Cassanelli, dirigente del Wiligelmo e rappresentante della Uil - che fanno fatica fisica a seguirli». «Il governo non ci ascolta - prosegue Gianni Fontana del Sindacato nazionale autonomo lavoratori scuola (Snals) - perché legifera e va avanti. In Italia c’è una pedagogia di Stato che non paga». Alle 11.15 l’incontro con il prefetto Michele Di Bari. «Ci ha espresso solidarietà - garantisce Mellace - perché il blocco dei contratti riguarda tutta la pubblica amministrazione. Segnalerà le nostre richieste. Se non avremo risposte celeri torneremo a manifestare».

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