I curdi a Carpi: «Rischiamo le nostre vite per combattere l’Isis»
I due uomini e le due donne in cura al Ramazzini per le ferite ricevute in battaglia «Non si tratta di religione, ma di una guerra tra tutta l’umanità e i “tagliagole”»
CARPI. Alan, Layla, Solin e Jalal. I loro occhi parlano delle atrocità della guerra contro il Daesh, ovvero “i tagliagole”, perché i terroristi e la gente senza scrupoli non va chiamata con il nome di Is, Stato islamico: per loro, per i fondamentalisti, la religione costituisce soltanto un pretesto per insediare un’ingiusta supremazia mondiale e l’Europa, se vuole davvero neutralizzarli, deve diventare democratica anche nei fatti, non solo a parole.
Lo sostengono forte e chiaro i quattro combattenti curdi arrivati giovedì scorso al Ramazzini per curare le gravissime ferite contratte un anno e mezzo fa nei combattimenti contro il Daesh, a Kobane.
«Una guerra che i curdi stanno combattendo insieme a tanti popoli per il bene della democrazia nel mondo», dicono loro, mentre brandiscono con orgoglio il vessillo con i colori della resistenza, rosso, giallo e verde, gli stessi del Rojava, il Kurdistan siriano, aiutati da Ozlem Tanrikulu, curda e referente italiana dell’Ufficio informazioni Kurdistan (Uiki).
Alan ha 30 anni, viene da Hasekeh e un’infezione da proiettile gli ha portato via il 90% dell’intestino. Jalal ha 40 anni e non si riesce a muovere dal letto, mentre le ragazze, Layla, 37 anni, da Amude e Solin, appena ventenne, di Hasekeh come Alan, sono su una sedia a rotelle perché paralizzate nella parte inferiore degli arti. Tutti e quattro sono rimasti per un anno e mezzo senza cure per l’impossibilità di avviare un corridoio sanitario con Kobane se si eccettua l’estrazione del proiettile: per questo la loro salute si è aggravata perché le ferite sono state trascurate. L’arrivo al Ramazzini, dove rimarranno per almeno tre mesi, grazie a un ordine del giorno fortemente voluto da Sel e approvato all’unanimità dal consiglio comunale, consentirà loro di ricevere il giusto trattamento medico. È stato difficoltoso fare giungere in Italia i quattro combattenti a causa delle difficili procedure burocratiche: tra i tantissimi feriti la scelta è stata fatta tra quelli muniti di passaporto.
«Abbiamo visto la morte in faccia, da cinque anni c’è una guerra intensa in tutte le città siriane, compreso il Rojava – dice Alan – durante questi scontri ci siamo trovati di fronte a un bivio: o scappare in un altro paese o resistere e rischiare di morire. Noi abbiamo scelto di combattere contro il Daesh perché l’attacco ferocissimo di Kobane presentava il rischio di un’espasione del Daesh a tutto il Medio Oriente».
Durante gli scontri i combattenti hanno perso familiari «ma noi sentiamo tutta la popolazione per cui abbiamo combattuto come la nostra famiglia – aggiunge Layla – la nostra parentela è l’umanità».
Alan, Layla e Solin non hanno dubbi: l’unico modo per sconfiggere i terroristi e sostenere la lotta delle forze popolari e il Qsd, ossia la coalizione delle forze democratiche siriane, che si sono scagliate contro di loro: «Serve un appoggio in termini di armi per chi si ribella. Armi che noi trovavamo negli avamposti dei combattimenti – spiega Alan – ma serve anche l’apertura urgente di un corridoio umanitario. L’Europa deve diventare democratica nei fatti: lì c’è bisogno di medicine e che i feriti, tantissimi, non vengano abbandonati. Questo per evitare che la situazione clinica si aggravi per la mancanza di cure, come nei nostri casi».
«La religione è stata strumentalizzata come una provocazione – enfatizza Solin – e non si tratta di una guerra tra sciiti e sunniti, ma tra i “tagliagole” e tutta l’umanità».
Per questo, anche se ora Alan, Layla, Solin e Jalal sono lontani dalla loro patria con il cuore sono ancora lì.
«Accanto a chi combatte per la libertà, noi siamo grati di venire curati qui, ma pensiamo in continuazione ai nostri compagni rimasti – concludono i tre – e a quanto sta facendo il Pyd, il Partito unione democratica, la sponda politica da cui ci sentiamo rappresentati. Al contrario del presidente Assad, che non riconosce l’identità dei popoli».
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