Modena, i fratelli Delfini sempre insieme tra clinica e riservatezza
La casa di cura fondata dal padre Corrado, cugino dello scrittore Antonio Delfini ospitò anche il figlio di Togliatti. Un’assoluta discrezione nel lavoro e in privato
La notizia è arrivata ieri mattina in clinica, lasciando tutti increduli. Impietriti.
Dall’amministratore delegato Giuliana Ponzoni ai medici, al direttore sanitario Giovanni Neri sino agli infermieri la scomparsa tragica dei fratelli Delfini è corsa nei lunghi corridoi di Villa Igea dalle prime ore del mattina. È stata la stessa Ponzoni a correre nell’antico palazzo di Rua Muro dopo aver saputo da una telefonata dell’impossibilità di entrare in caa da parte di una collaboratrice domestica e di un vicino.
«Non si entra, non risponde nessuno» è stato il messaggio concitato che ha spinto il numero uno della casa di cura a correre verso il centro. E una volta sul posto, dopo mille tentativi con l’unica altra copia delle chiavi, la macabra scoperta.
«Li conoscevo da sempre, da quando eravamo ragazzi - dice ancora sconvolta la signora Ponzoni - Non riesco ancora a credere che sia potuto succedere, faccio fatica a capire».
Poco importa alla fine, quando saranno concluse le indagini e l’autopsia, quale dei due fratelli sia morto per primo per l’infarto e quando invece l’altro abbia deciso di farla finita con un colpo di pistola.
La loro storia è sempre stata un tutt’uno con la casa di cura per malattie nervose. Giulio, il più giovane, si era laureato in medicina, specializzato in neuuropsichiatria e per tutta la vita era stato primario in clinica; Paolo, il più anziano, dopo la laurea in medicina aveva appeso idealmente il camice bianco all’attaccapanni e, senza camminare sulle orme del padre e del fratello, aveva preso a occuparsi dei beni di famiglia. Di più, non aveva neppure voluto prendere nessuna specializzazione.
E dire che, a parte le proprietà terriere nella Bassa da dove era originaria la famiglia Delfini, la medicina era il marchio di famiglia.
Il padre Corrado già nel 1937, dopo essere diventato il braccio di un luminare della neuropsichiatria come il professor Donaggio, noto a livello nazionale, decise di mettersi in proprio assieme a due soci. Al suo fianco Luigi Ponzoni, che aveva conosciuto durante la specialità, e Dino Costa.
Una scelta forte la sua così come per gli altri due soci, in un campo così delicato come quello della malattia mentale quando i “matti” erano da rinchiudere prima che da curare, da temere anzichè diagnosticare. Nella Modena fascista dell’epoca, orgogliosamente provinciale ma anche internazionale con i ras del regime che operavano in Africa e in tutta Italia, la scelta dei tre giovani medici capitanati da Delfini fece un sommesso rumore. Già il cugino Antonio, pure lui originario della Bassa, aveva lasciato l’ombra della Ghirlandina per spostarsi a Firenze e Roma e, forte di amicizie come quelle di Pannunzio, Montale e Gadda, aveva pubblicato - subito dopo la fondazione di Villa Igea - il suo capolavoro, “Il ricordo della basca”.
Tra i due rami della famiglia c’erano scelte diverse. A differenza di Kafka, che esplorò i deliri della realtà, i cugini non ebbero mai modo di mettere assieme le loro competenze. A Modena i Delfini erano per tutti “quelli di Villa Igea”, con una supremazia assoluta nel campo delle malattie psichiche, per molti anni.
Villa Igea fu per molti anni una sorta di fiore all’occhiello della regione, una zona franca, dove per esempio fu ricoverato per trentadue anni l’unico figlio di Togliatti, Aldo. Il figlio del mitico segretario del Pci visse nel più assoluto anonimato tra le mura di via Stradella 73, in un silenzio appartato interrotto dalle visite costanti di chi, per conto del partito, gli portava la Settimana Enigmistica e le sigarette restando a parlare con lui del mondo intorno.
Negli anni ’70 i fondatori passarono la mano e toccò ai figli gestire nel consiglio d’amministrazione l’espansione delle attività che oggi toccano il poliambulatorio, unità residenziali protette, un centro di riabilitazione e anche un’altra struttura a Parma, Villa Maria Luigia.
Giulio Delfini, in perfetto accordo con i figli degli altri due soci, aveva portato avanti l’attività professionale come medico come amministratore della struttura sanitaria. Usciva dalla casa di via Rua Muro per arrivare negli ambulatori e negli uffici della clinica. Una vita metodica, appartata come quella del fratello Paolo con cui viveva in una sorta di simbiosi. Nessuno dei due si era sposato ma gli interessi artistici e culturali, erano identici. Unico svago le due settimane a Riccione d’estate, brevi vacanze nella casa di famiglia.
La quotidianità era scandita dai ritmi di lavoro e dalle feste comandate. Tutto scorreva apparentemente senza scosse.
Ma all’improvviso l’angoscia di non poter più vivere da soli è stato un oltraggio che nessuno dei due ha sentito di poter più affrontare sino al tragico epilogo. Nicolino D’Autilia, a nome dell’Ordine dei Medici, ha espresso il cordoglio dei colleghi per la loro scomparsa.
Saverio Cioce
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