L’eredità dei fratelli Delfini di Modena: "Date tutto alla chiesa cattolica"
Unici eredi sono i cugini, ma in un foglio olografo sequestrato ci sarebbero disposizioni filantropiche sull’ingente patrimonio
MODENA Le salme dei fratelli Delfini - i due medici ai vertici della proprietà di Villa Igea - sono ancora a disposizione dell'Istituto di Medicina legale, anche se gli esiti delle autopsie probabilmente aggiungeranno poco di nuovo oltre alle conferme di ciò che già si sa: Paolo Delfini, 75 anni, è morto per infarto, e Giulio Delfini, 74 anni, sconvolto dalla vista del fratello deceduto, si è tolto la vita sparandosi un colpo al cuore. Il problema resta quello che accadrà dopo di loro. Fino a ieri nessun parente si è fatto avanti per organizzare il funerale. I due fratelli morti avevano infatti solo cugini lontani. Andrà a loro l'ingente patrimonio? O andrà in beneficenza, come pare sia la volontà riportata in un manoscritto ritrovato nella casa e ora sotto sequestro?
I BENI. Il patrimonio dei fratelli Delfini è infatti consistente. La loro stessa casa è un edificio speciale nel centro storico: è Palazzo Coccapani, sede storica della famiglia dei marchesi modenesi costruita tra Sei e Settecento, durante il periodo della riforma urbanistica di Modena (da non confondere con il Palazzo Coccapani di corso Vittorio Emanuele II, risalente all'Ottocento). Si tratta di un edificio con stanze ampie e sontuose il cui valore è difficile da stabilire. Annessi alla proprietà, un garage e due negozi. Tra i beni noti che lasciano, ci sono le quote della proprietà di Villa Igea. Il padre dei fratelli, Corrado Delfini, nel 1937 uno dei tre fondatori della clinica privata convenzionata, ha lasciato le quote ai due figli. Giulio era ancora in carica come presidente della società e Paolo era nel Cda. I conoscenti riferiscono che i fratelli erano anche proprietari di un appartamento a Riccione. E non è certo detto che questo sia l'intero patrimonio.
I CUGINI. A complicare il quadro, Paolo e Giulio non avevano parenti diretti: non si erano mai sposati e non avevano figli. Quindi non c'è nessuno che possa reclamare la “legittima”, la quota di eredità che per legge va obbligatoriamente ad ascendenti, discendenti e coniugi del defunto. Eventuali eredi vanno quindi cercati tra i cugini. Che pare siano tanto numerosi quanto lontani (alcuni abiterebbero all'estero). Non si conosce un numero preciso di tutti i figli dei fratelli del loro padre. Anzi, sarà un problema complesso identificarli e rintracciarli. Ma non è detto che l'eredità vada a cugini tanto lontani quanto poco noti ai due Delfini, che vivevano in una sorta di isolamento dentro la loro casa. Durante il sopralluogo, la polizia ha sequestrato materiale trovato nelle due camere da letto dove Paolo e Giulio erano deceduti. In un foglio manoscritto ci sarebbero precise disposizioni di lasciare in beneficenza il patrimonio (non si sa se tutto o in parte). Il contenuto esatto del testo è stato reso noto dalla Procura è una chiara indicazione "Lasciate tutto alla chiesa cattolica". Uno scritto olografo molto chiaro ai fini testamentari. Non a caso è nota la devozione alla Chiesa: i fratelli, che conducevano una vita frugale, partecipavano metodicamente alle messe mattutine sia in Duomo che in Sant'Agostino. Se quindi avessero realmente lasciato generose disposizioni filantropiche, queste sarebbero in linea con un loro atteggiamento di fervore cristiano, un fatto risaputo dal loro vicinato.
UN TESTAMENTO? Ma il biglietto con queste disposizioni è autentico? Fa parte del testo in cui Giulio descrive la sua disperazione di fronte alla morte di Paolo e annuncia di volerla fare finita? Oppure sono volontà contenute in un foglio a parte? Questi interrogativi sono al centro delle verifiche che sta compiendo il sostituto procuratore Marco Niccolini, titolare dell'indagine, insieme con la polizia, intervenuta dopo la scoperta dei due corpi privi di vita al termine dell'intervento dei vigili del fuoco. Stabilire se il testo è autentico è determinante per sapere a chi andrà l'eredità: quel biglietto potrebbe rivelarsi un testamento olografo in piena regola. Se questa volontà scritta fosse confermata, se il testo in cui viene annunciata la beneficenza fosse riconosciuto integralmente manoscritto da uno dei due fratelli - ad esempio da Giulio poco prima di togliersi la vita con un colpo di pistola al cuore - e se avesse data e firma in calce sarebbe a tutti gli effetti un testamento (anche se resterebbe da chiarire se chi l'ha scritto era in grado di intendere e volere e se esistono altri testamenti). In questo caso, la volontà di lasciare il patrimonio in beneficenza metterebbe fuori gioco i cugini. In caso opposto, i parenti, per quanto lontani, potrebbero avanzare pretese per l'eredità. E l’eredità dei fratelli delfini diventerebbe un caso analogo a quello di Lucio Dalla, il cui patrimonio è andato a cugini che conosceva appena.
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