«Addio al Mercato Coperto di Modena» Manzini cede i suoi tre banchi
Il titolare della famosa gastronomia si trasferisce in via Peretti dietro l’ex Amcm. «È una scommessa Sono stanco, oggi cerco la qualità della vita. Il Consorzio lavori sul futuro, che è tutto da immaginare»
MODENA. “Cedesi attività”. Purtroppo capita di leggere questo cartello al Mercato Coperto di via Albinelli. Nonostante la popolarità tra i modenesi e nonostante sia diventato un luogo di visita fisso per i turisti a Modena, il Mercato sta soffrendo di una grave emorragia di attività: sono tanti, troppi gli spazi vuoti. Questa volta però l'annuncio di vendita della licenza viene da uno dei banchi principali: la Gastronomia Manzini.
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«Il cartello è appeso da tempo – spiega Massimo Manzini – finora abbiamo avuto qualche proposta ma non è arrivata fino in fondo. Rischiamo di dover restituire i nostri tre spazi vuoti con la licenza, senza che nessuno ci sostituisca».
Per lei finisce un periodo lungo e brillante della sua carriera, mentre sta per imbarcarsi in una nuova avventura.
«Il 30 giugno chiuderemo i banchi al Mercato e in settembre riapriremo la gastronomia in via Peretti, la prima traversa di via Buon Pastore”.
Non è una scelta azzardata?
«No, da un lato via Peretti è una scelta obbligata perché lì abbiamo il laboratorio gestito da mia sorella. Ma dall’altro è una scommessa. La posizione non è per niente brutta: siamo all'ingresso posteriore del parcheggio ex Amcm. Passa tantissima gente tutti giorni ed è comodo. Se poi si farà un recupero urbanistico della zona, sarà stata una scelta premiante».
Perché andate via dal Mercato? Siete uno dei banchi più rappresentativi.
«Siamo lì dal 1984. Oggi ho 54 anni. Dietro quei banchi ho trascorso 31 anni, 10 mesi e 24 giorni della mia vita. Non so se mi spiego. È un passo doloroso, ma a questo punto necessario, e andava fatto adesso».
La Gastronomia Manzini è partita da zero nel 1984.
«Non sapevo niente di niente. In quegli anni lavoravo in ceramica. Mia sorella era stata per 5-6 anni commessa al banco dei formaggi dei Martinelli ed era l'unica ad avere un po' di esperienza. Un giorno parlandone abbiamo detto: proviamo? Siamo partiti da un banco col baccalà. Poi ci siamo allargati al pesce conservato, alle olive e sottolii e alle scatolette di grandi marche. Ci avevano lasciato una montagna di scatolette di piselli e fagioli. Dopo Chernobyl, la paura delle verdure fresche ha spinto i clienti a svuotare i nostri magazzini».
A quel punto siete partiti con la rosticceria che diventerà Gastronomia Manzini, con tanto di simbolo.
«C'era grande richiesta di primi piatti pronti, così ci siamo dati da fare a cercare il meglio sul pronto industriale di alta qualità. Le lasagne arrivavano dal forno San Giorgio. Ho cercato le migliori frittelle di baccalà. Poi mia sorella ha aperto il laboratorio in via Peretti e oggi prepariamo tutto noi. Ci lavorano da 4 a 7 dipendenti a seconda della stagione. Il simbolo? Penso che lo cambieremo. Vedremo».
Massimo, lei è stato anche al vertice del Consorzio: in Commissione, vicepresidente e membro del Cda.
«A un certo punto sono uscito, ma non per polemica: bisogna lasciare spazio ad altri. Oggi il Mercato ha problemi strutturali. In realtà, il CdA oggi ha più potere decisionale. Quando c'ero io veniva ascoltato ma poi il Comune faceva come voleva. Oggi la gestione è diretta ma vedo ostacoli nell’organizzazione. Ed anche per questo che me ne vado».
Quali sono i nodi?
«È una vita che sono stanco e ho sonno. Il nostro è un lavoro durissimo che pochi oggi accetterebbero di fare, anche tra i giovani. Ci alziamo alle 3.30-4 del mattino per aprire il mercato alle 6. È durissima. La gente non lo capisce o dà poco peso. Lo capisco: è difficile immaginare cosa c'è dietro il banco: gli acquisti, le forniture, i furgoni la mattina presto, l'allestimento. Ecco, consideriamo tutto questo e cerchiamo di capire cosa vuol dire farlo in centro storico, con tutte le limitazioni che ci sono. Questo è il primo ostacolo».
Il secondo ostacolo?
«È legato alle nuove esigenze dei clienti. Diciamo le cose come stanno: durante la settimana il pubblico è scarso. La gente lavora, manca il tempo, parcheggiare vicino al centro è difficile, molti preferiscono il supermercato per comodità. Poi è vero che il venerdì e il sabato facciamo grandi numeri. Ma questa epoca sta finendo».
Sta dicendo che il Mercato va ripensato in modo radicale?
«Certo. C'è la questione degli orari tradizionali. Bisogna anche affrontare la questione dell'apertura pomeridiana. Ne va della sopravvivenza del Mercato. E d'altra parte capisco le resistenze dei colleghi. Come si fa a chiedere a uno che si alza alle 4 di stare qui fino alle 6 di sera? Che fine farebbe la sua vita privata? Quando andrà a letto? Perché poi cambierebbero i tempi di organizzazione esterna al banco...»
Non c’è soluzione, sembra.
«Sì, oggi non c'è una soluzione. Secondo me si potrebbe iniziare intanto a pensare al Mercato Coperto come a un contenitore di micro locali disseminati in certi punti, come avviene all'estero. Se ne era parlato, non si è fatto niente. L'idea è molto buona. Ma non è la soluzione generale».
Che ne sarà del Mercato Albinelli, secondo lei?
«Non lo so. Come dicevo il Cda oggi funziona bene ed è autonomo ma è arrivato il momento di fare scelte coraggiose. Ci sono 20 banchi vuoti, tempo fa nessuno lo avrebbe immaginato. Quegli spazi non saranno riempiti da nuovi fruttivendoli, capiamoci, perché non ha più senso una concorrenza tra 40 banchi di frutta e verdura. Bisogna avere la capacità di immaginare e sperimentare qualcosa di nuovo. Bisogna tentare le aperture sfasate coinvolgendo anche piccoli gruppi di esercenti. Bisogna tentare la carta dei micro-locali. Io farei questo. In ogni caso qualcosa va fatto e presto».
Perché se ne va?
«Voglio una vita mia. Voglio solo migliorare la qualità della mia vita».
Il cartello “Cedesi attività” affisso da voi fa impressione.
«Lo so. Mi dispiace per i clienti. Molti faranno fatica ad abituarsi all'idea che da settembre saremo in via Peretti. È già successo nel 1997 quando traslocammo proprio all'ex Amcm per i restauri in via Albinelli. Ma è così. Per me sarà comunque l'inizio di una nuova vita».
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