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Maxifrode prima dei fallimenti: 6 arresti

di Carlo Gregori
Maxifrode prima dei fallimenti: 6 arresti

Emilia, Portogallo e Slovenia al centro di un sistema costato milioni a fisco e creditori. La mente: il commercialista Pasquali

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Associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta aggravata, riciclaggio e autoriciclaggio nazionale e internazionale, vari reati tributari: sono le accuse mosse dal Nucleo Tributario della Guardia di finanza e dalla Procura di Modena - pm Marco Imperato - contro un gruppo di “colletti bianchi” che operavano in Italia Slovenia, Portogallo e Spagna seguendo un infaticabile schema criminale controllato da una “mente” emiliana: il commercialista Marco Pasquali, classe 1960, originario di Reggio e residente a Parma, con uno studio in via Tanara a Parma e altri a Reggio e Bergamo, abitante in Portogalllo.

L'operazione “Barqueiro”(in portoghese: traghettatore) ieri ha prodotto 40 perquisizioni in Italia e all'estero coinvolgendo oltre cento finanzieri e le forze di polizia di Portogallo, Slovenia e Spagna. Determinante il supporto di Eurojust a L’Aja(Olanda), utilizzato per la prima volta in Italia. Sei i provvedimenti di custodia cautelare emessi (3 in carcere e 3 ai domiciliari); 11 milioni di euro è il valore dei beni sequestrati, tra i quali ristoranti e alberghi in Emilia-Romagna e Friuli, e di154 conti correnti; 1,3 milioni di euro le disponibilità parziali ricostruite. Era Pasquali, il “commercialista” al centro di numerosi fallimenti societari, a manovrare dal Portogallo un doppio giro di truffe che lo impegnava per un tempo quasi sovrumano con collegamenti in molte regioni italiane: lavorava dalle 4 di mattina a mezzanotte per produrre finti documenti giostrando per l’Europa denaro, documenti falsi e richieste fiscali.

Oggi per la Procura è chiaro il modus operandi, emerso per la prima volta al termine di un processo per bancarotta fraudolenta a Modena (di qui l’indagine a Modena) e ricostruito dal pm Imperato fino ad avere un quadro di insieme che coinvolgeva numerose province italiane.

Imprenditori in odore di fallimento, alla ricerca di un escamotage per evitare conseguenze penali, si rivolgevano a Pasquali. La banda “traghettava” le imprese, in parte emiliano-romagnole, verso il Portogallo. Le aziende “decotte” erano svuotate di tutti i beni rimasti, prima che incombessero le sentenze di fallimento, poi i beni venivano trasferiti in Portogallo dove venivano intestati a un prestanome e lasciati “dormienti” per almeno un anno, il tempo necessario per non attirare guai giudiziari. La nuova azienda con nome e titolare fittizio poteva cosi gestire liberamente i beni “spremuti” e sottratti sia ai creditori che al fisco (e anche al curatore, dopo il fallimento). La loro vendita produceva denaro che poi rientrava in contanti in Italia dopo che una quota restava a chi lo aveva “ripulito”.

Un secondo trucco contabile emerso nell’inchiesta, durata più di un anno, riguarda invece un sofisticato trucco contabile che ha permesso di frodare il fisco per almeno due milioni di euro. In sostanza, la banda creava un mare di carte false (le cosiddette “cartiere”) per generare richieste di compensazione di falsi crediti iva che venivano ceduti dietro lauto compenso (il 25% del valore nominale) e tanto di atto notarile a imprenditori che li utilizzavano per compensare le loro vere posizioni debitorie. Il corrispettivo delle cessioni veniva fatto transitare in Slovenia e poi dirottato in Portogallo su conti riconducibili al “mastermind” emiliano. Determinante l’attività di un altro esperto contabile ora in carcere in Albania in attesa di estradizione. Nella banda poi operavano anche ex bancari esperti in transazioni internazionali. L’indagine continua, coordinata da Eurojust.

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