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«Così l’odio viaggia e cresce sulla rete»

di Andrea Perini
«Così l’odio viaggia e cresce sulla rete»

L’analisi del professore dell’università di Milano Giovanni Ziccardi che da più di 20 anni studia il fenomeno

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Quante volte girando svogliatamente tra i post, i tweet e le pagine dei blog, in una sorta di zapping 2.0, si incontrano commenti d’odio, auguri di morte, incitazioni a genocidi. Il web è un luogo in cui “male” e “bene” viaggiano sullo stesso binario e non tutti capiscono che uno stato o un commento, che sia positivo o negativo, può in pochi secondi fare il giro del mondo. Giovanni Ziccardi, modenese, professore alla facoltà di Giurisprudenza a Milano, ha analizzato questa situazione all’interno del suo libro “l’odio online: violenza verbale e ossessioni in rete” partendo da come “incasellare” l’odio.

«Io l’ho diviso in tre grandi categorie. La prima - spiega Ziccardi - l’hate speech, arriva dalla storia. In senso stretto l’espressione d’odio riguarda l’istigazione razziale, religiosa o politica. A queste, oggi, si aggiunge l’omofobia. La seconda è quella dell’odio interpersonalee e si basa su emozioni come il risentimento, l’invidia, l’ossessione. Il cyberbullismo, lo stalking, l’adescamento di minori rientrano in questa categoria. La terza è la propaganda terroristica e la radicalizzazione».

Le nuove tecnologie hanno aumentato la diffusione dell’odio?

«Sono un canale importante anche se gli strumenti, in quanto tali, sono neutrali. Internet non fa differenze tra un’ espressione positiva o d’odio e quindi, entrambe, circolano allo stesso modo. Chi veicola l’odio sfrutta due caratteristiche specifiche del web: l’amplificazione del danno e la persistenza dell’informazione. Molto spesso le persone non sanno che attraverso un tweet o uno stato su Facebook, offensivo o con contenuti d’odio, si può in pochi secondi raggiungere l’intero mondo. La capacità diffusiva da parte di una semplice persona con il proprio smartphone è molto superiore a quella che aveva un politico dieci anni fa. Anche se era popolare. Anche se il suo comizio era ripreso dalle televisioni. Oggi se un argomento d’odio diventa d’attualità in pochi secondi ottiene risultati maggiori. A questo va aggiunta la persistenza del messaggio perché una volta entrato nel web, l’espressione d’odio non viene dimenticata, non c’è oblio e ritorna».

Lei nel suo libro scrive: “L’odio è come il sesso, vende molto”. Quindi l’odio è anche uno strumento di business?

«Viene già utilizzato come business: i politici, i programmi televisivi pomeridiani, i grandi siti che lasciano aperti i commenti. L’odio è una vera propria valuta: genera click, share. La politica oggi è odio verso gli immigrati, verso l’euro, verso l’Europa, verso il diverso. I politici hanno scoperto che più spargono odio più ottengono consensi».

L’educazione può avere un ruolo nella lotta alla diffusione dell’odio?

«Bisogna far capire a tutti gli utilizzatori che il post su Facebook o il tweet non restano solo virtuali ma hanno un livello di potenza nociva senza precedenti. La scuola, visto che l’Istat ha dichiarato che il primo cellulare viene regalato attorno agli otto anni, grazie anche ai progetti europei, ha l’obbligo morale di educare i giovani. La responsabilizzazione deve arrivare subito. Conoscere l’arma che si utilizza serve a prendere coscienza dei danni che possono essere inflitti».

Le conseguenze dell’odio sulla vita “offline” sono maggiori rispetto a prima?

«Molti pensano che l’odio rimanga online, che un messaggio resti per così dire solo “virtuale” ma invece sulla vittima oggi l’odio ha un impatto incredibile. Prendiamo il bullismo: fino a dieci anni fa un ragazzo che subiva abusi riusciva, nel momento in cui tornava a casa, a sentirsi libero. Oggi può durare 24 ore. L’odio online ha un effetto devastante sulle vittime: si va da casi di ansia costante, patologie come l’esaurimento nervoso, timore o ossessione per il telefono. Si chiama odio online ma ha un effetto sul mondo fisico».

Chi diffonde odio in rete è veramente una persona violenta?

«Il fatto di avere uno schermo di fronte e non una persona reale porta ad avere comportamenti d’odio che non si terrebbero mai in un confronto a quattr’occhi. Nascono così i “leoni da tastiera”. Questo da un certo punto di vista è positivo perché significa che tutto l’odio che nasce sul web poi non ha un corrispettivo comportamentale nella vita offline ma non è sempre così».

Come possiamo salvarci dall’odio?

«Io propongo un cocktail di soluzioni: educazione, cioè far abbassare il livello di tolleranza dell’odio, la tecnologia che può bloccare la diffusione delle espressioni d’odio e il diritto con una normativa che tuteli le vittime dell’odio».

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