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Dal Grinding project alla Multifactory Così cambia il lavoro

di Andrea Perini
Dal Grinding project alla Multifactory Così cambia il lavoro

Giulio e Lorenza portano l’innovazione alla Ferrari & Zagni La ditta accoglierà nel capannone altre realtà produttive

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FIORANO. Come può un’azienda che da sempre è specializzata nella rettifica di motori collaborare a stretto contatto con artigiani, designer o altri liberi professionisti diversificando il proprio mercato e allo stesso tempo incentivando forme innovative per la sostenibilità sociale? Semplice: scoprendo il mondo del multifactory, termine inglese utilizzato per rappresentare un arcipelago di aziende, ognuna indipendente e autonoma, che lavora sotto un solo tetto, in una fabbrica dove i muri sono invisibili e dove tutti sembrano far parte di un’unica entità. Una “scoperta” che la Nuova Ferrari & Zagni ha fatto quando ha incontrato Lorenza Salati e Giulio Focardi di Osun Wes, società che sviluppa strumenti, modelli e metodi per l’economica collaborativa. Lei si occupa di antropologia visuale mentre lui è un ricercatore che fa analisi sui sistemi aziendali. Grazie a loro, la ditta di Fiorano prima ha votato i pezzi di scarto del proprio lavoro al design poi, dopo aver capito quanto le nuove economie possano diversificare il mercato, ha deciso di compiere l’ulteriore step e immergersi in una nuova avventura. «Il nostro incontro con la Nuova Ferrari Zagni - racconta Lorenza Salati, socia di Giulio Focardi nella Osun Wes - è avvenuto nel 2013 quando abbiamo avviato il Grinding project. Era il 2013 e quello fu un vero e proprio esperimento sull’economia circolare. In pratica: gli oggetti di scarto dei motori, i componenti danneggiati, come valvole, albero motore, pistoni e più in generale tutti quei pezzi che sarebbero andati in fonderia, venivano salvati e, grazie al lavoro dei designer, acquistano una seconda vita. Organizzai una “maratona di creatività” alla ricerca di idee progettuali per trovare altre funzioni, spendibili sul mercato, a tutti quegli oggetti che sarebbero stati buttati».

Un’idea che si è subito rivelata vincente perché «a dicembre del 2013, due mesi dopo della maratona della creatività, i primi prodotti marchiati Grinding Project erano disponibili al pubblico, e lo sono tutt’ora, nei punti vendita della catena “l’Ecolaio”, ma anche sul web». Dal Grinding project è nato il pistophone: una cassa per smartpnone nata da quello che era un pistone.Ma anche il turbosound dove la chiocciola della turbina è stata trasformata in un amplificatore con tanto di porta cellulare che è possibile connettere. «Questa scelta ha permesso alla Ferrarri & Zagni, che è sul mercato dagli anni Cinquanta, di entrare anche nell’associazione delle aziende modenesi per la responsabilità sociale d’impresa, un network che solo con il loro lavoro classico non sarebbe mai stato raggiunto. Fino a questo momento il progetto non presupponeva niente di fisico all’interno dell’azienda ma era questa che si apriva al mondo esterno».

Ma il Grinding project era un punto di partenza. Quello da cui è nato Grinding multifactory che prevede l’utilizzo dei 400 metri quadri di capannone dell’azienda, ora completamente liberi. «Con Alessandra Zagni, nipote del fondatore, abbiamo deciso di provare a sperimentare uno spazio di lavoro condiviso basato sul modello multifactory. In pratica: riorganizzare un’attività lavorativa a partire dallo spazio di lavoro. Tramite una open call (una chiamata pubblica per tutti gli interessati al nuovo modello e a entrare negli spazi dell’azienda, ndr) altre persone, liberi professionisti e piccoli artigiani, fanno richiesta per occupare una parte di spazio del capannone. Questo viene pagato a seconda della grandezza. Una volta che le dieci realtà sono state selezionate occupano lo spazio richiesto all’interno del capannone della Ferrari & Zagni. Pagando la quota sbailita si ha la possibilità di usufruire di un luogo adibito a mensa, con cucina e area ristoro, di un tavolo di lavoro dove sperimentare e creare prototipi e anche un aiuto per la strategia aziendale».

Ma l’idea che sta alla base del movimento legato alle multifactory non è quella di “affittare” spazi per inserire il maggior numero di interessati. Non è un banale subaffitto. «Significa invece creare un nuovo ecosistema in cui entità diverse stanno insieme. Sono scelte in base all’effettivo rapporto collaborativo che può nascere nel futuro. Per questo danno vita a una “fabbrica invisibile”: ogni azienda ha la sua autonomia ma in realtà visti dall’esterno sembrano far parte di un’unica realtà. Queste ditte costituiranno un’associazione in cui ognuna sceglierà volta per volta con chi lavorare in base a quale progetto». I vantaggi sono numerosi: «La velocità e la flessibilità ma anche la qualità dei prodotto ne guadagna mentre il prezzo resta competitivo». Insomma il futuro passa dalla collaborazione e dalla condivisione non solo d’idee ma anche di spazi.

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