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Comencini: «Dal cinema alla scrittura “vedendo” le parole»

Comencini: «Dal cinema alla scrittura “vedendo” le parole»

Cristina Comencini, alla Tenda di Carpi con il romanzo “Essere vivi”. I primi passi con i testi per sceneggiature

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CARPI. “Quest'uomo è come me, penso, ci siamo conquistati tutto”. Sono parole tratte dall’ultimo romanzo di Cristina Comencini - “Essere vivi” (Einaudi) - che ben si possono adattare alla donna che, figlia del grande regista Luigi Comencini, fin dall’inizio della sua carriera si è affermata con enorme talento come regista, sceneggiatrice e autrice di romanzi. Sarà emozionante, sabato 11 alle 11.30, ascoltarla raccontare il suo ultimo libro presso la Tenda di piazzale Re Astolfo.

Lei ha scritto “La scrittura è entrata nella mia vita prima attraverso il cinema”. Quando ha cominciato?

«Molto presto. Prima di pensare di dedicarmi al cinema, pensavo solo di scrivere opere letterarie. Invece ho iniziato l’attività con i testi per la sceneggiatura. Già da studentessa, tuttavia, scrivevo racconti».

Il suo primo romanzo, rivela, è rimasto in un cassetto.

«Si intitolava “Domenica” e raccontava le storie di personaggi che si incrociavano, di domenica appunto, a Roma. Due dei protagonisti erano una madre con un bambino, un po’ soli: a distanza di tempo, è stato pubblicato da Feltrinelli in eBook come racconto. Allora non lo pubblicai su indicazione di una grandissima scrittrice che ai tempi non conoscevo, Natalia Ginzburg. Fu a lei che inviai, in forma anonima, il secondo romanzo. Fu straordinaria: amò da subito quello scritto e mi aiutò a pubblicarlo, fornendomi consigli e curandone l’editing. Fu un incontro importantissimo da cui nacque uno stretto legame».

Con che occhi guarda la vita? Da regista o scrittrice?

«Principalmente, anche quando dirigo per il cinema o per il teatro, parto sempre da uno scritto mio: la prima cosa cui penso è dunque la scrittura. Chiaramente, essendo anche regista, “vedo” e immagino le parole. Prevale però il tratteggiare una storia con le parole scritte».

Cosa occorre per essere vivi? Come si esce indenni dalla propria storia?

«Intanto, portando con sé tutti i pezzi di vita che, spesso, ne contengono anche due o tre. È una condizione universale: ognuno di noi ha la sensazione che l’infanzia non sia sempre in relazione con l’opzione che abbiamo dovuto fare per diventare adulti. Portarsi dietro tutte le proprie vite dà la sensazione di essere vivi. Altrettanto necessario è riportare dentro di noi, poi fuori e in superficie, quella gioia che non è azione, non è scopo, ma è la sensazione che i bambini hanno, di sentirsi vivi in qualsiasi situazione, anche la più povera, la più semplice. I bambini hanno la sensazione della gioia. E sono vivi».

Le “sue” donne sono forti anche nelle debolezze.

«Le donne costruiscono molti rapporti, sempre: portano con sé le relazioni con gli altri - uomini, donne, bambini - cosa che le affatica, le fa sentire capaci di non pensarsi totalmente autosufficienti ma, allo stesso tempo, è la loro grande ricchezza. Le donne hanno la forza di sentire che la loro identità dipende anche dalla relazione con gli altri: ciò può diventare un eccesso, rendendole dipendenti, ma in generale, se vissuto in modo positivo, rappresenta una forza».

Cos’è la scrittura per lei?

«Ginzburg la definiva come “un padrone che ti abita”: a un certo punto “devi” scrivere. E questo è faticoso perché sai che devi raggiungere qualcosa che non è sempre semplicissimo: talvolta viene velocemente, talvolta richiede fatica. È veramente un lavoro ma, una volta che sei riuscito a raccontare, a rendere sulla pagina quel sentimento, quella sensazione, quella storia, allora provi una grande gioia. Forse tutti i lavori ti scelgono. E vai avanti, a volte estenuato, stanco, però torni a sempre a farlo».

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