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Modena, fatti e misfatti al Pronto Soccorso parla Giovanardi

di Saverio Cioce
Modena, fatti e misfatti al Pronto Soccorso parla Giovanardi

L’ex primario e i casi esemplari nell’emergenza quotidiana Per 37 anni battaglie dall’interno con la burocrazia sanitaria

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MODENA. Il titolo è ironicamente provocatorio, come il sottotitolo, ma il contenuto del libro finisce per essere un album di ricordi agri, talvolta amari, dove aneddoti e cronache vere sono sempre istantanee scattate dal vivo della professione.

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Ora che è in pensione dopo trentasette anni di lavoro nella trincea degli ospedali, Daniele Giovanardi ha trovato tempo e modo di riordinare le carte e dare alle stampe la sua opera prima, un agile pamphlet di 128 pagine.

“Il Pronto soccorso, manuale di sopravvivenzaper operatori e utenti” (Artestampa, 12 euro) raccoglie decine di casi di vita vissuta che diventano esemplari per l’accumulo di ritardi amministrativi, vischiosità (se non peggio) nell’applicazione letterale di norme, circolari e regolamenti. Rimarrebbe deluso chi cerca solo un elenco di recriminazioni. Quella raccontata non è malasanità ma cattiva amministrazione sanitaria. Giovanardi non fa sconti ai colleghi, ma evita la trappola di vestire i panni del moralizzatore in cui troppo spesso si è ritrovato.

«Macchè polemiche - dice nella presentazione dell’anteprima del libro - Mi sono limitato a raccontare quello che ho visto e quello che ho fatto per evitare che certe situazioni diventassero patologiche. A danno dei pazienti ovviamente».

Certo è che i casi raccontati sarebbero esilaranti se la tragedia non fosse sfiorata ogni volta. Per ogni caso cure e medicine prescritte vengono citate nel dettaglio.

C’è ad esempio, un’anziana ultranovantenne in fin di vita che si spegne nonostante i tentativi di rianimazione. Ma mentre i monitor non danno più cenni di attività cardiaca, durante la scrittura del referto di morte la donna torna a respirare. Resta in coma 24 ore, poi si riprende e chiede la colazione. Un’ora dopo muore, questa volta definitivamente. E poi ancora c’è l’ex fotomodella diventata anoressica che entra ed esce dall’ospedale dove, con indignazione di Giovanardi, partecipa, obbligatoriamente, a qualcosa che assomiglia a una sperimentazione medica in cambio di una somministrazione ufficiale di morfina. La trovano suicida assieme al fidanzato e pochi mesi dopo, in un convegno su etica e ricerca, davanti alla platea Giovanardi racconta il caso per filo e per segno. Il moderatore, paonazzo, e lo invita ad andare alla Procura.

In alcuni casi pratica medica, buonsenso e norme che fanno a pugni con entrambi la fanno da protagonisti. È quello che accade nei primi anni ’80 quando a decine arrivavano in Pronto Soccorso i giovani tossicodipendenti in stato d’incoscienza e spesso in fin di vita per crisi respiratorie. Un farmaco provvidenziale, il Naloxone commercializzato come Narcan, risolveva il problema perchè cancellava in un amen gli effetti dell’eroina, scatenando però la furia dei salvati, alle prese con la ricerca di una nuova dose. A volte capitava che dopo le dimissioni ci fosse il decesso, con violente polemiche a cominciare dal consenso informato del paziente. Già, ma come agire in caso di persone come i tossici che arrivavano svenuti o peggio? Così nasce la teoria del silenzio-assenso del paziente, in un contesto in cui le autorità sanitarie avevano messo il Sert a distribuire il metadone a chi dichiarava di volersi disintossicare proprio di fianco al Pronto Soccorso. Con le ovvie ricadute sui pazienti in attesa visto che i frequentatori del Sert se ne infischiavano di orari e regole e spesso passavano a minacce e daneggiamenti, con vetrate in frantumi.

Nella seconda parte del libro si passa però al cuore pulsante delle contestazioni.

Due sopra tutte le altre che, con dovizia di documentazione, vengono proposte all’attenzione di tutti coloro che si appassionano al buon funzionamento della sanità pubblica. In primo luogo c’è la qualità nella costruzione del Policlinico, con tre piani di troppo e incertezze sui materiali, documentate da relazioni ufficiali, puntualmente contraddetti da altre perizie ufficiali. Ma la bestia nera è l’assistenza bifronte, frammentata, per gli incidenti. «In tutto il mondo - spiega Giovanardi - tutti i centri specializzati come il trauma center di Baggiovara esistono solo se hanno gli altri specialisti di altri reparti a portata di mano. A Modena invece sono divisi tra Policlinico e l’altro ospedale. Che assurdità»

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