Flavio Caroli a Carpi, dalla parte dei maestri
Una visuale inedita per l’ultimo libro del critico d’arte sabato alle 18 al teatro Comunale di Carpi
CARPI. Flavio Caroli è ordinario di Storia dell’arte moderna presso il Politecnico di Milano. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche, tra cui il Corriere della Sera e Il Sole24Ore, nonché con riviste d’arte italiane e straniere. Amate dai telespettatori anche le sue rubriche televisive nell’ambito della trasmissione condotta da Fabio Fazio, “Che tempo che fa”. L’ultimo suo lavoro, edito da Mondadori, è “Con gli occhi dei maestri”, sulla base del quale intratterrà il pubblico, sabato 11 alle 18, in Teatro Comunale.
Il suo ultimo libro è scritto da una visuale inedita: non le opere d’arte, ma gli studiosi.
«Ho fatto questa scelta per due motivi. Innanzitutto, è evidente come il nostro tempo chieda, voglia, dei maestri e, tuttavia, faccia di tutto per obliterarli e per dimenticarli: mi sono perciò detto che era il momento giusto per indicare quali siano stati i grandi maestri dell’ultimo secolo della storia dell’arte. La seconda considerazione è che tutti, a certo punto della vita, ci chiediamo chi ci abbia insegnato qualcosa: io stesso l’ho fatto e ho enumerato chi ha piantato i paletti attorno a cui ho compiuto lo slalom della mia vita. La terza motivazione, teorica, viene dalla lettura di un libro di Marc Bloch, che spiega come lo storico non sia un signore che sta alla finestra guardando scorrere, sotto di lui, il fiume della storia, ma una persona che sta dentro il corteo e che, quando succede qualcosa, non può far altro che chiedere alle persone e cercare le risposte. A tal fine lo storico ha due strumenti: la critica delle fonti e la sua intelligenza, con cui cerca di capire il senso di quanto accaduto. Allora, non c’è “una” storia, ma “le” storie, le più autorevoli delle quali sono quelle dei miei maestri, con cui ho intrattenuto rapporti durati una vita. A chi devo di più? Roberto Longhi era mia nonno, Francesco Arcangeli era mio padre e Ernst Gombrich il mio grande amico».
L’arte interessa ancora?
«È stupefacente: gode di molto più interesse di quello che non si creda. E ciò è confermato dalla tv: le mie rubriche contano 3 milioni di ascoltatori e anche le file alle mostre lo confermano».
Com’è cambiato lo sguardo dei critici d’arte?
«Un tempo formavano un corpo d’elite. Oggi, devono entrare a far parte del grande concerto della cultura del passato. La scuola anglo mitteleuropea insegna uno splendido metodo: data una qualsiasi immagine, il primo piano è per gli orientamenti, il secondo per le fonti, il terzo per i miti sottostanti l’immagine, mentre l’ultimo tira le somme. Non si tratta di ragionare su corpi separati della cultura, ma di un tentativo di vedere l’arte come primo strumento per capire una civiltà e il suo senso».
C’è una relazione tra arte e psicanalisi?
«I miei studi hanno avuto proprio questo senso. L’uomo occidentale, e solo lui, ha impiegato cinque secoli per arrivare alla psicanalisi al punto in cui siamo oggi. Il sunto dei miei studi distingue l’arte occidentale da tutte le altre civiltà di questo pianeta. L’uomo ha cercato di identificare il luogo in cui vive ed è così che, progressivamente, si sono evolute sia l’espressione artistica sia le consapevolezze teoriche profonde attorno alla psiche».
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