Franco: il ricordo, un gioco di cerchi. Al centro, l’uomo
Il presidente del Comitato scientifico spiega formula, senso e finalità del nuovo festival
«L'uomo attraverso la memoria si umanizza, perché essa rappresenta il vissuto del passato, ma a noi contemporanei è indispensabile in nome del presente e soprattutto del futuro». A dirlo è Ernesto Franco, direttore editoriale della casa editrice Giulio Einaudi di Torino e presidente del comitato scientifico del consorzio Memoria Festival.
Perché è importante la memoria?
«Lavorando insieme alla casa editrice e al Comune di Mirandola, abbiamo inteso la memoria in due modi. Essa è intanto una invenzione di ogni presente, radicata nel passato e serve per progettare il futuro. Rende contemporanee e, per così dire, costituitive la complessità e le attività umane. Ma questa non è la sola declinazione che abbiamo immaginato, intendiamo rendere noto anche quanto la memoria sia una facoltà dell'uomo. Siamo nella patria di Pico della Miradola che su questo ha basato la sua vita e ha perpetrato la sua memoria ai posteri, appunto. La memoria è dunque un elemento costitutivo della dignità dell'essere umano. È il processo tramite il quale l'uomo matura la sua umanizzazione. Perché non parliamo solo della memoria del passato, ma di tanti aspetti, come ad esempio il gioco, fondamentale nell'uomo in quanto essere morale, etico, senziente».
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Oggi forse più importante rispetto al passato?
«Direi di no, perché è il porsi dell'uomo nei confronti del mondo che lo circonda e quindi vale per tutte le età e tutte le civiltà. Basti pensare a quando gli antichi imperatori cinesi cancellavano la memoria per imporre i cardini del loro nuovo regno, oppure a quando nella Russia stalinista si cancellavano dalle foto i personaggi indesiderati. La memoria va conservata per intero perché dimostra la molteplicità dell'essere umano».
Quali sono gli strumenti utili alla memoria?
«Sono fondamentali una coscienza civile e sociale, oltre appunto all'aspetto ludico. Poi è necessaria la capacità di confrontarsi con l'altro, con il diverso. Pico, il nume tutelare del nostro festival, si voleva sempre confrontare con il sapere di tutta umanità. Del resto ogni opera d'arte è il frutto della memoria, così come ogni progetto della scienza».
Tutto ciò come si declina nel nuovo festival?
«Abbiamo messo insieme una serie di incontri con importanti esperti, rassegne di film, spettacoli, concerti. Una conferenza sarebbe stata molto limitante vista la vastità del tema. Inoltre ci interessava disegnare la memoria come un universo policentrico, per questo la formula del festival che coinvolge tutti dai 6 ai 100 anni ci è sembrato lo strumento migliore».
Sarà annuale o biennale?
«Ancora non lo sappiamo, certo noi speriamo di rifare l'esperienza, visto che questo è una sorta di numero zero. Intanto poniamo le basi poi dopo la manifestazione ci confronteremo con il Comune e gli enti del territorio».
Quali le caratteristiche del festival?
«Lo abbiamo pensato come un gioco di cerchi, partendo dalla citazione di Emerson che spiega come “La conversazione è un gioco di cerchi”. Abbiamo strutturato appunto le diverse sezioni, affidate agli esperti del nostro comitato scientifico, per cerchi dedicate alla storia, alla letteratura, al cinema, al gioco, all'arte e ad altri argomenti per un totale di dieci. Il cerchio va percepito come un sassolino che gettato in acqua genera cerchi concentrici e ci permette di ampliare il singolo tema».
Ha qualcosa in particolare da suggerire?
«È tutto interessante, certo visto il mio lavoro ci sono gli eventi che parlano di memoria e scrittura legate ai contenuti, ma anche alla forma dello scrivere e del parlare. Qui avremo scrittori noti come Piccolo, Murgia, Mazzucco».
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Si fanno molte iniziative in Italia legate alla memoria?
«Alcuni esempi ci sono, ma è importante pensare alla memoria non come ideologia, ma come facoltà».
La scuola che ruolo ha?
«Importantissimo, a patto che non si punti sulla ideologia, ma facendo vivere la memoria come uno strumento per riaprire la porta e giocare».
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