«Questa tragedia non diventi abitudine»
I fotografi Radino e Iannone raccontano il dramma dei profughi nei campi delle isole greche
«Nei giorni scorsi ho fotografato un bambino che aveva costruito un castello di carta corredato da una scritta in lingua farsi: era il suo modo di ringraziare l'Europa per averlo aiutato, dicendo che quando sarebbe stato grande lui avrebbe contraccambiato ringraziando gli europei. Quel bimbo veniva dalla Persia o dall'Afghastan e in realtà l'Europa non ha ancora deciso di aiutarlo visto che lo tiene in un campo ai suoi confini».
Il fotografo toscano Francesco Radino è appena tornato dall'isola di Lesbo, in Grecia, un luogo bellissimo che in questi mesi si è trasformato in porto di accoglienza per i migranti orientali e del sud del mondo. Portando, com'è comprensibile, problemi di difficile soluzione. C'è stato due settimane, per conto di Fondazione Fotografia Modena che a partire dall'inizio di maggio ha mandato sette tra ex studenti e docenti a documentare una tragedia del nostro tempo come l'immigrazione in Europa, in vista di una mostra che aprirà i battenti al Foro Boario a settembre. Radino, nato a Bagno a Ripoli nel 1947, è un esperto dei problemi del mondo e ha una lunga frequentazione professionale con il direttore di Fondazione Foto Filippo Maggia: dagli anni Settanta gira per i luoghi "difficili" con estrema attenzione alla popolazioni e ai loro problemi.
Cosa ha visto a Lesbo?
«Difficile fare un elenco delle situazioni viste su quell'isola, perché molto complicato è raccontare una storia che è un autentico dramma del presente. Lo metto in scena perché spero che ne resti qualcosa». In che senso?
«Siamo assuefatti dalle tragedie dell'umanità e penso servano linguaggi nuovi per raccontare questo genere di vicende: occorre farlo in modo veritiero, ma non didascalico ed è complicato farlo qui a Lesbo, in uno dei luoghi della nostra cultura antica. Io cerco le tracce delle culture precedenti, di quanti si sono mossi in questi luoghi teatro di migrazioni da sempre. Da Alessandro Magno in poi».
Qual è il messaggio delle sue immagini?
«Poiché da sempre le popolazioni hanno migrato, nel corso dei secoli, io ho fotografato le persone migranti insieme ai cooperanti e alle popolazioni del luogo. Ne esce un quadro che dimostra come tutte queste persone siano pressoché uguali, a parte qualche piccola differenza somatica».
Altri aspetti delle sue foto per Fondazione Foto?
«Mi sono occupato dei luoghi, fotogrando particolari che ci rimandano a questi sbarchi, come resti di imbarcazioni e le sepolture di chi non ce l'ha fatta, senza dimenticare l'attenzione alla complessità della natura, così importante da queste parti dove si scontrano aspetti piacevoli e aspetti drammatici».
A completare la squadra di fotografi della Fondazione in giro per Grecia, Turchia e Macedonia ci sono: Angelo Iannone, dislocato sull'isola di Kos e Antonio Fortugno che invece ha passto quindici giorni nella vicina Samos. Iannone, nato nel 1982 a Piacenza, ha il primo approccio con la fotografia di reportage naturalistico poi sposta verso l'immagine "staged" e quella di ricerca, mentre Fortugno, nato nel 1963 a Novi Ligure, vive e lavora a Como.
Stefano Luppi
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