Scomparso Dino Grandi una vita a curare i malati
Dalla “condotta” in montagna all’arrivo sulla Vignolese nei primi anni ’60 Vide nascere la mutua gratuita garantita a tutti e il boom di residenti in città
Se n’è andato ieri notte a 90 anni il dottor Dino Grandi, medico di famiglia conosciutissimo in città dov’è stato per quarant’anni presente nel suo ambulatorio di via Vignolese, giusto di fronte all’università.
Ex pazienti, amici e conoscenti hanno portato l’ultimo saluto ai figli e alle nipoti; la sua abitazione, a poca distanza dallo studio dove aveva esercitato la professione, è stata meta di un mesto pellegrinaggio, dove i messaggi di cordoglio si sono accumulati senza sosta.
Se avesse potuto vedere tutto questo forse il primo a esserne orgogliosamente infastidito sarebbe stato proprio lui, il “dottor Dino “ come lo chiamavano tutti, per distinguerlo dalla “maestra Laura”, ovvero la moglie che se n’è andata l’anno scorso dopo una vita spesa per l’insegnamento nelle vicine scuole di S.Agnese Bellaria. Eppure pochi potrebbero dire di aver rappresentato la professione a Modena meglio di lui, che ha conosciuto tutte le fasi di un’evoluzione lontana, partendo dalle visite pagate nel dopoguerra anche con le uova e un grazie.
«Nella mia prima condotta in condotta in montagna ho fatto nascere bambini e vitelli» ebbe ad ammettere una volta, con quel mezzo sorriso che era un poco il suo marchio di fabbrica. Dei suoi esordi ne parlava con pudore. A Montefiorino nei primi anni ’50, era arrivato dopo una laurea presa alternando il lavoro in campagna col padre agli studi universitari a Modena, dove si era specializzato in malattie del fegato e del ricambio, ovvero l’attuale gastroenterologia. Alle spalle aveva anche tanta esperienza pratica.
Silenzioso più che laconico, diventava loquace solo quando parlava di calcio. In un cassetto della scrivania teneva la foto di quando era un poderoso centravanti nella squadra del Castelfranco dell’immediato dopoguerra. Nell’altro, quello del cuore, la passionaccia per l’Inter, la sofferenza per una squadra capace di esaltarlo con Herrera e deluderlo con il calcio moderno dove, per dirla con parole sue, «non si usava più a modo il centrocampo, la cerniera di una squadra».
S’illuminava quando parlava di montagna, di ghiacciai dolomitici. Aveva scoperto, lui ragazzo di pianura che faceva i bagni nelle vasche d’acqua della canapa tra le infinite campagne di Piumazzo, la magia delle vette. Per tutta la vita quelle furono le sue mete, la sua unica evasione. E la sua passione contagiò facilmente la moglie e i due figli, Teresa e Stefano. Quest’ultimo ha seguito le orme del padre e oggi ha ereditato figli, nipoti e pronipoti dei primi pazienti.
Dino Grandi arrivò a Modena all’inizio degli anni ’60, quando il Policlinico stava per aprire i battenti e la nuova facoltà di medicina tra via Campi e via Araldi cominciava a vedere la luce. Tutta campagna, a parte qualche casa, la Polisportiva Gino Nasi ricavata dietro un vecchio fabbricato colonico sulla Vignolese, e i canali dove si pescavano rane e gamberi. La maggior parte degli assistiti lavorava nelle fabbriche; in quel medico di poche parole, capace di parlare e ascoltare in dialetto, si riconosceva. E si fidava.
In quegli anni in cui Modena rincorreva il mito della 600 a cambiali o dell’acquisto di un piccolo appartamento, due erano i punti di riferimento di quell’immensa zona che andava dalla via Emilia a sud sino alle Morane, il parroco e il medico. Inevitabile che Dino Grandi e don Angelo Gozzi diventassero, rispettosamente, grandi amici. Per anni raccolsero e registrarono i cambiamenti sociali di un quartiere che funzionava come una catena di montaggio, sfornando del boom condomini e case in serie su strade che appartenevano ancora a Vaciglio, prima che la linea della città lasciasse la Punta e si fermasse dov’è ora, sulla linea della tangenziale.
Lui, l’opposto del medico della mutua come lo si vede nel film di Alberto Sordi, aveva sempre tempo per ascoltare tutti quelli che avevano un malore o un problema. A volte ruvido, sembrava un burbero benefico anche a chi non la pensava come lui: e di trasferimenti di mutuati conosceva solo quelli che se ne andavano ad abitare da altre parti.
Ebbe per anni il record dei pazienti, quando l’assistenza sanitaria per tutti diventò legge. Non per questo rinunciò a dire cosa ne pensava a chi gli chiedeva certificati compiacenti, sia che si trattasse di un dipendente o di una mamma in ansia per l’interrogazione del figlio. Rimase al lavoro a furor di popolo sino a quando nel ’94 una malattia canaglia lo spinse ad appendere il camice bianco, per sempre.
Molti mesi dopo, non appena recuperate le forze, tornò alle camminate estive sui sentieri di montagna.
I funerali si terranno oggi pomeriggio alle 15.30 nella chiesa Sacra Famiglia in via Vaciglio.
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