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Modena-Mondo e ritorno, sulle ali della recitazione

di Laura Solieri
Modena-Mondo e ritorno, sulle ali della recitazione

L’attore, per anni a Milano, Roma e negli Usa diretto da Lavia, Avati, Giuffrè e altri maestri

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MODENA. «Io sono uno, posso essere mille, per mille e una vita in scena». Così Daniele Sirotti sintetizza quello che per lui è il gioco dell'attore, quello che da oltre quindici anni è diventato il suo lavoro: vivere più di una vita, diventare chiunque per godere di una sempre, nuova, esperienza esistenziale.

Modenese, classe 1974, Daniele Sirotti si forma come attore tra Bologna, Milano e Roma dove nel 1999 si diploma alla scuola di dizione e recitazione “Ribalte di Enzo Garinei” e tra cinema e teatro ha lavorato con registi del calibro di Gabriele Lavia, Pupi Avati, Franco Zeffirelli, Aldo Giuffrè. Dopo 16 intensi anni nella Capitale, da un anno Sirotti è tornato a vivere a Modena, la sua città, dove «mi dedico a voler bene a me stesso e faccio le cose che mi piacciono» ci racconta. Tra queste, in primis c'è fare l'attore.

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«Non c'è stato un momento preciso in cui ho scoperto la passione per la recitazione, ci sono nato con l'idea in testa di volere fare l'attore». Incontriamo Daniele Sirotti di ritorno da New York, dove lo scorso marzo ha partecipato in qualità di performer al progetto di performance art “La Masca” di Francesca Fini al Watermill Center di Bob Wilson.

«Quello tra me e Francesca è un sodalizio artistico già in essere da diversi anni - spiega Sirotti - All'interno di questa performance, c'è stata la prima proiezione del film “Ofelia non annega” sempre per la regia di Francesca Fini, in cui recito un ruolo. La proiezione era accompagnata da una mostra di installazioni artistiche e da una performance dal vivo, durante la quale io e Francesca eravamo due personaggi legati da un rapporto di dipendenza, indipendenza, amore e odio».

Una reinterpretazione in chiave surrealista di un grande dramma di Shakespeare, quello della giovane Ofelia. Interpretare i grandi classici è sempre stata una sua prerogativa, ad esempio con Gabriele Lavia ha recitato in “Molto rumore per nulla” e “Misura per misura” di W. Shakespeare.

«Gli spettacoli con la compagnia di Gabriele Lavia hanno segnato la mia carriera e accresciuto in me il piacere di esercitare questo mestiere. Da Lavia ho imparato il rigore e la precisione nel preparare lo spettacolo; lavorando con lui ho sperimentato il piacere, il godimento nell'interpretare un testo, nell'entrare con tutte le cellule del corpo nella situazione emotiva e filosofica sottesa all'opera. “Molto rumore per nulla” è stato uno spettacolo particolarmente fortunato, che abbiamo portato in giro per due stagioni e mezzo. Un personaggio che mi è piaciuto molto interpretare, a proposito di grandi classici, è stato Re Claudio in Amleto, personaggio molto interessante per la sua complessità».

Com'è l'approccio con il personaggio che di volta in volta interpreta?

«L'approccio con il personaggio è per me un momento di grande creatività e divertimento, in cui inizio a vederlo, a sentirne la voce, immaginare la sua postura, come si guarda intorno, come si rapporta agli altri, costruendolo pezzetto per pezzetto. Il mio è un approccio divertente, perché inizio a giocare, “a fare finta che”, come quando da bambini si giocava ai pirati, ai soldatini, facendo finta che. Poi, le esperienze del vissuto, che ci hanno segnati nel bene e nel male, aiutano sempre l'attore a tirare fuori una sorta di sensibilità, vulnerabilità utilizzata per interpretare. Fare sì che il mio lavoro consistesse in un gioco mi ha sempre affascinato. Mi era stato detto che sarebbe stato difficile, anche se non pensavo così tanto. Nel nostro Paese non c'è una strada da seguire, è un terreno molto avventuroso quello su cui ci si muove l'attore».

Nel 1999, subito dopo essere diventato professionista, ha lavorato prima con Pupi Avati, poi con Aldo Giuffrè. Per un giovane attore che si diploma oggi le opportunità sono molto diverse, non crede?

«Sono stato fortunato. Dopo il diploma nel giugno '99, sono immediatamente entrato nel professionismo: a settembre dello stesso anno ho fatto il mio primo lavoro con Giuffrè. Il “Malato immaginario” di Molière; interpretavo Cleante ed è stata un'esperienza indimenticabile: avevo 26 anni, mi ero appena diplomato e non mi sembrava vero di riuscire ad esercitare il mestiere dell'attore. Con Pupi Avati, nell'estate '99, abbiamo girato “La via degli angeli”, ambientato in Emilia-Romagna. “Fare di tutto, poco” è l'insegnamento che mi è stato impartito per affrontare il set cinematografico da questo grande regista ed è stata un'esperienza assolutamente formativa. Per me, tutto sta nell'essere al posto giusto al momento giusto e superare il provino. Certo, in quegli anni c'era più lavoro ma io credo di essere una prova del fatto che volere, è potere. Bisogna smettere di credere che la meritocrazia non serva a niente, di questa convinzione l'arte della recitazione ne fa le spese più delle altre arti. Studiare tanto, essere specializzati è l'unica strada giusta per ottenere un risultato. Quello della cultura è un mondo distratto, a volte un po' disastrato».

Com'è ritornare a vivere nella propria città dopo tanti anni?

«Piacevole, decisamente piacevole, con tante nuove aspettative e voglia di proseguire il mio lavoro nella città in cui sono nato. Il legame ovviamente non si è mai completamente interrotto, recentemente ho fatto un cameo nel film “Notte di quiete” dell'amico e regista modenese Daniele Malavolta. Dopo il periodo bolognese e romano, caratterizzato dal desiderio di esplorare ed evadere, scoprire “il mondo”, ora, in un certo senso mi piacerebbe restituire al territorio quel know how, costruito passo dopo passo, in giro per l'Italia e non solo, proponendo anche cose nuove che si possono affiancare al lavoro di attore. Lo dico con tutta l'umiltà del caso, ma anche con un pizzico di orgoglio. In città attualmente, ad esempio, tengo un corso di public speaking, tecniche di comunicazione ed oratoria per insegnare a professionisti di ogni settore il modo corretto per affrontare una platea. Ora il mio punto di riferimento professionale è diventata proprio la mia Modena».

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