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AccogliaMO/La storia di Antonia e del suo treno della felicità

AccogliaMO/La storia di Antonia e del suo treno della felicità

Una nuova puntata con AccogliaMo, iniziativa nata grazie alla ricerca dell’Udi, Unione Donne Italiane, a caccia di testimonianze e materiale fotografico di accoglienza in provincia di Modena nel Secondo Dopoguerra (inviateci testi e foto scrivendo a cronaca.mo@gazzettadimodena.it).

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Una nuova puntata con AccogliaMo, iniziativa nata grazie alla ricerca dell’Udi, Unione Donne Italiane, a caccia di testimonianze e materiale fotografico di accoglienza in provincia di Modena nel Secondo Dopoguerra (inviateci testi e foto scrivendo a cronaca.mo@gazzettadimodena.it).

Questo il racconto di Francesca Vescovini di Soliera, che racconta la meravigliosa storia di accoglienza della nonna.

Mia nonna si chiama Antonia, detta da tutti Antonietta perché è sempre stata magrolina e mingherlina ed è nata a Grunuovo, nel comune di Santi Cosma e Damiano, un paesino piccolino sulle montagne laziali che affacciano sul Garigliano, nella zona di Cassino. Lei è la terza di quattro sorelle: Vicenzina, Rosina e Annunziatina che durante la guerra, come mi ricorda sempre lei, hanno vissuto “come selvagge”, girando a piedi scalzi per le campagne e mangiando qualsiasi cosa avesse una parvenza vagamente commestibile. Il freddo non è mai stato un problema perché era la quotidianità e la fame era continua. Il padre faceva il casellante della ferrovia, ma durante i bombardamenti di guerra, una bomba esplose lasciando lei e le sorelle con solo la madre.

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Essere bambini in tempo di guerra non è mai facile, e non lo è stato nemmeno per lei ma grazie allo zio, anch’esso ferroviere, seppero dei “Treni della felicità” che davano la possibilità ai bambini della zona di passare qualche mese lontano dalla fame e dalla miseria. Lei e la sorellina più piccola Annunziatina furono due di quei bambini che il 28 gennaio 1946 arrivarono a Modena in una fredda sera inghiottita dalla neve. Il viaggio non fu diretto, i bambini si fermarono tutti a Roma per la notte, dove dormirono tutti per terra, gli uni accanto agli altri per scaldarsi, in un dormitorio con uno stanzone lungo lungo.

“Non arrivavamo mai” mi ha detto leggendo il vostro articolo, e io mi sono immaginata quante cose sono passate da quel giorno, perché proprio il giorno prima ero stata a Roma in sole due ore. Il programma prevedeva che restassero cinque mesi e lei e sua sorella erano state assegnate ad una doppia coppia di fratelli che avevano richiesto proprio due fratelli o sorelle, per evitare loro anche il trauma della separazione una volta arrivati “al nord” .

Come mi ha spiegato la nonna : “due sorelle hanno sposato due fratelli”, quindi lei e i cugini avevano tutti lo stesso cognome Baraldi. Mia nonna fu affidata a Giovanni ed Eufrosia, mentre la sorellina all’atra coppia. Il centro di smistamento dei bimbi era la vecchia scuola di Ganaceto ed arrivarono in tarda serata. Le vennero a prendere due ragazzini, di poco più grandi di loro, all’epoca non c’era l’obbligo di recupero da parte dei genitori come oggi, ma come ricorda lei, erano tempi diversi. Mia nonna all’epoca aveva 12 anni e Annunziatina solo 9 .

Le recuperarono un ragazzino chiamato Alfonso, detto Biondo e sua sorella Alma. Loro diventeranno i cugini di nonna e per strane vicissitudini il “Biondo” diventò anche suo fratello acquisito. Lei si ricorda ancora che quando arrivò, indossava solo un paio di ciabattine senza calzette e camminando nella neve per arrivare a casa, si intrisero tutte d’acqua. Il primo ricordo della sua famiglia adottiva fu che parlavano in modo strano, perché usavano solo il dialetto modenese, ma capì che parlavano di lei quando nella frase “A sl’è bagneda d’aqua tut’i pe’” Riconobbe la parola acqua.

Quelli sono stati mesi molto felici per lei, perché a Ganaceto si trovava bene e mangiava tutti i giorni. Finiti i 5 mesi mia nonna e sua sorella tornarono con gli altri bambini a casa al sud, ma lei tornò con una promessa. Se mai non si fosse trovate bene al suo rientro o se mai avesse voluto tornare indietro, bastava una lettera e per lei la porta sarebbe stata sempre aperta. Nell’agosto 1946 mia nonna tornò indietro a Modena, accompagnata da suo zio Angelo e non appena tornò, la sua famiglia adottiva smosse mari e monti, andando addirittura in tribunale per chiedere la sua adozione ufficiale. Erano una famiglia contadina e la faccenda del tribunale fu un episodio particolarmente importante.

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Anche se non lo dice, tutti sappiamo che fu molto difficile lasciare le sorelle e la madre naturale (che per motivi di salute poco dopo lasciò orfane tutte le bambine) per cambiare “paese” e tornare al nord, ma tutti furono felici per lei, perché aveva una famiglia che le si era affezionata e poteva allontanarla dalla miseria. La sua famiglia adottiva era senza figli e fu ben contenta di adottarla. Mia nonna è cresciuta con il “Biondo” come fratello, perché ufficiosamente, fu adottato anche lui, ma come funzionava al tempo si diceva: “fu preso in casa”, perché gli zii avevano già altri tre figli da accudire. La bella storia potrebbe finire tranquillamente qui, e sarebbe già di per se una gran bella storia, ma la verità spesso è più spettacolare di qualsiasi libro. Mia nonna non smise mai di sentire le sue sorelle, che furono affidate a parenti vari nelle zone di Cassino e Grunuovo, anzi, restarono sempre in contatto, anche quando due di loro emigrarono in cerca di fortuna, in Gran Bretagna e America.

Prima con le lettere e poi con il telefono, non si sono mai perse di vista e crescendo hanno avuto la vita che da piccole hanno sempre sognato. Quando hanno potuto, sono andate ai matrimoni dei vari figli e si sono andate a trovare durante i viaggi e le vacanze successive. Si sono rincontrate tutte e quattro insieme per l’ultima volta proprio a Modena, per il matrimonio di mio zio nel 1996. In quell’occasione io ero solo una bambina di 8 anni e non capivo come facesse solo zia Annunziatina, che abitava a New York, a conoscere tutti i parenti di Modena. Le sorelle ogni tanto tornavano a Grunuovo e mia mamma e le sue cugine hanno tantissime foto di loro insieme. Io stessa sono andata a Grunuovo con i nonni qualche anno fa, dove ho conosciuto di persona i miei cugini americani, lì in vacanza.

Ora noi cugini teniamo aggiornate le nonne tramite le foto di Facebook, mentre loro si sentono al telefono, come di rito, ogni mese. Non solo. Mio nonno Amleto era originario di Soliera e la sua migliore amica alla vecchia scuola di Secchia si chiamava Rina. “La Rina”, oltre ad essere la migliore amica di mia nonna è diventata anche la moglie del “Biondo”, e tutti e quattro, ogni settimana si prendono su e vanno a fare la spesa al GrandEmilia. Un treno ha cambiato la vita ad Antonia nel 1946 , oggi mia nonna abita accanto alla ferrovia…. chissà magari era destino.

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