Modena, nella moschea di via Suore: «Il Ramadan non è uno show»
Nello storico centro islamico in città la comunità si mostra più chiusa di un tempo: «Ci sentiamo ai margini della società»
MODENA. Il mantra di un'integrazione che funziona si scontra con la realtà di alcune sale di preghiera presenti nel territorio modenese. Iniziamo questa nuova tappa del nostro viaggio nelle comunità islamiche modenesi da Modena. Superando il cavalcavia di viale Mazzoni che collega la città spezzata in due dalla linea ferroviaria si arriva nella zona di viale Gramsci.
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Continuando per un paio di chilometri c'è il quartiere dormitorio della Sacca alla fine del quale troviamo il centro islamico “Al Rahman” (il Misericordioso) di via delle Suore, la “moschea” più antica e frequentata della città. In quest'area la percentuale di residenti migranti aumenta del 30% rispetto al centro storico dove pure abitano molti stranieri. Il paesaggio del rione è caratterizzato da una lunga serie di palazzoni anni’50 e ’60 grigi e anonimi. È qui che vive la nuova classe popolare modenese: migranti di seconda generazione provenienti dal Ghana e dal Magreb, dalla Romania e dai Balcani, la nuova manovalanza subentrata in parte ai lavoratori emigrati dal sud Italia nei decenni passati.
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A livello urbanistico, il quartiere Sacca presenta tutti gli elementi di un quartiere periferico difficile, in cui gli abitanti perlopiù magrebini si riuniscono presso la moschea di prossimità, un magazzino convertito a sala di preghiera inserito in un livido contesto semi-industriale, fra officine meccaniche e l’imbocco con la tangenziale. Popolare e multietnico, il centro islamico Al Rahman, fondato nel 1992 da un gruppo di migranti marocchini e ristrutturato nel 2013, è un edificio di 200mq di proprietà comunale ceduto alla comunità islamica di Modena. Nelle notti di Ramadan questa zona industriale della città si trasforma. Il centro è capace di accogliere oltre 1500 fedeli. Come gli anni scorsi, chiediamo alla dirigenza il permesso di assistere ai riti che sciolgono il digiuno quotidiano: «Quest'anno non siamo interessati, grazie» rispondono senza aggiungere altro.
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Restiamo quindi davanti alla “moschea”. Poco prima del tramonto il centro comincia a riempirsi di devoti mentre la viabilità si congestiona e l’“Adhan”, il richiamo alla preghiera, risuona gracchiando da vecchi altoparlanti. Le signore velate procedono composte nella canicola verso l’area a loro dedicata, inseguite da stormi di bambini nervosi. Le biciclette riempiono il piazzale antistante già invaso da macchine, le scarpiere traboccano di sandali e di calzature operaie. Nel parcheggio si forma un piccolo suq improvvisato, alcuni ambulanti vendono frutta e verdura, menta fresca e limoni profumati. Il contesto è molto arabo e popolare, più simile a Marrakesh o alla medina di Algeri che non a una città europea.
«Noi non entriamo nelle vostre chiese se non per restaurarle non vedo perché dovete entrare nei nostri luoghi di preghiera disturbando i devoti in questo sacro mese: il Ramadan non è uno spettacolo», dicono davanti al centro di via delle Suore con una certa insofferenza. I frequentatori della moschea Al Rahman, situata in un luogo anonimo, periferico, quasi nascosto alla città, non vorrebbero destare interesse o suscitare scalpore per il loro digiuno ma concentrarsi solo sulle scadenze religiose.
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Traspare la loro volontà di sfuggire a eventuali caricature e di evitare qualsiasi strumentalizzazione. Una comunità sulla difensiva che si sente osservata e non completamente accettata e in cui il timore di venire travisati, malintesi, accusati di estremismo perché in digiuno per il Ramadan prevale sull'apertura alla cosiddetta intercultura. «Sono 10 anni che abito a Modena e mai nessun italiano, neanche i colleghi di lavoro mi hanno mai invitato a casa loro neanche per offrirmi un caffè: a cosa serve aprirsi se veniamo sistematicamente confinati ai margini della società», dice un giovane tunisino affiliato al centro.
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