Claudio Ansaloni, l'Africano, "Io e l’avventura, tra mari e monti ghiaccio e fuoco"
Marinaio, alpinista e sub: ma non gli basta Da Modena sulle tracce delle emozioni
MODENA. Dai deserti del Mali, alle affollate vie delle capitali africane. Da un’insolita Namibia colma d’acqua, lei che è sinonimo di aridità, allo spettacolo dei grandi felini, degli elefanti, degli ippopotami del Botswana. Fino ai più “occidentali” stati come l’Egittto, la Libia, la Tunisia dove oggi le orde del Daesh massacrano la popolazione ma che nel 2007 ancora non conoscevano questa piaga. Quindici mesi, trentaquattro stati, un’auto e un identico punto di partenza e di arrivo: da Modena a Modena passando per Cape Town e attraversando le piste dell’Africa lungo le sue coste occidentali e orientali. Questa è stata l’avventura di Claudio Ansaloni vissuta nove anni fa ma di cui la memoria è ancora colma di ricordi chiari. Un viaggio che, come racconta, «è nato giorno dopo giorno studiando le strade da dover percorrere, capendo il clima politico dei vari stati e preparando un’auto in grado di viaggiare sulle tortuose vie dell’Africa».
Ma Claudio Ansaloni è un personaggio poliedrico. L’avventura, la voglia di mettersi in gioco, di vedere, raccontare e toccare ambienti totalmente diversi tra loro, anima la sua esistenza e lo ha spinto in tutto il mondo. E quindi l’Africa non è stata la sua unica avventura. Certo, come ammette lui stesso, è quella che gli ha regalato più emozioni, tanto che nonostante l’amore per questo continente l’idea di tornare «solo per pochi giorni» non lo attira. Ma nella sua vita, le avventure si sono susseguite una dietro l’altra come un album fotografico dove dalla prima all’ultima pagina ogni scatto trasmette sensazioni uniche, speciali e diverse tra loro.
E infatti Claudio ha portato la sua chioma riccioluta fin sulla cima dell’Aconcagua, in Argentina, la più alta montagna del Sud America (7mila metri), l’ha costretta dentro la muta da sub per ammirare, dopo aver toccato le nuvole, le profondità degli oceani. Si è spinto fino a 56 metri di profondità, lì dove l’acqua comprime il corpo e i raggi del sole iniziano a farsi fiochi. E questo attraversando un passaggio intermedio in cui mare e montagna sembrano essere parte di una stessa medaglia fusa perfettamente nella sua persona. Perché le scalate, le immersioni, i viaggi vanno di pari passo alle guide, all’estero come sulle isole dell’Adriatico, alle escursioni in barca dove lui non è solo il mattatore della gita ma anche il “capitano”. Il suo sorriso, la voglia di scoprire cose nuove l’ha portato nel deserto del Sahara e l’ha poi spedito sul ghiacciaio del Vatnajokull il più grande del mondo. Dal fuoco rovente delle dune africane al freddo pungente, secco, arido dell’Islanda lì dove fiamme e ghiaccio si uniscono.
Ma i 15 mesi passati in Africa sono l’esperienza che ha segnato maggiormente la vita di Claudio. A bordo della sua Land Rover completamente modificata, camperizzata, rinforzata e resa sicura - con variazioni sia inventate che “copiate” da altri avventurieri e che hanno richiesto quasi otto mesi di lavoro - Claudio è partito assieme alla sua compagna con l’idea di arrivare fino a Cape Town per poi decidere in loco se chiudere il cerchio, percorrendo le piste dell’Africa orientale per tornare a casa, oppure imbarcare l’auto in Sud Africa e tornare sotto la Ghirlandina.
E la voglia di viaggiare e di avventurarsi in paesi ancora mai visitati li ha spinti a scegliere la prima strada. «Anche perché la parte orientale - ammette - è quella più facile». Da Modena «siamo prima passati in Francia, poi in Spagna e da lì abbiamo messo le ruote sul continente nero: in Marocco». E poi Mauritania, Senegal, Mali, Burkina Faso, Ghana, Togo, Benin, Nigeria, Cameroon, Gabon, due volte, Sao Tomè, Congo, Angola, Namibia, Sud Africa, Botswana, Zimbabwe, Swaziland, Mozambico, Malawi, Tanzania, Rwanda, Uganda, Kenya, Etiopia, Sudan,Egitto, Libia, Tunisia e Malta prima di far ritorno in Italia.
Un viaggio spettacolare, per le bellezze da poter ammirare, ma anche particolarmente difficile: «Il primo inconveniente infatti è arrivato in Mauritania quando abbiamo incontrato un francese - ricorda - che ci ha portato nel deserto per vedere un’oasi. La nostra auto non era adatta alle dune e così, dopo una giornata di guida, dopo esserci persi, abbiamo rotto il semiasse. Lontani dalle piste battute ma almeno con telefono satellitare, cibo e acqua a sufficienza. Nei giorni in cui abbiamo aspettato i soccorsi ci siamo imbattuti anche in una tribù di locali. Ci hanno trovato dopo tre giorni grazie al titolare del ristorante dove avevamo dormito. Abbiamo riparato l’auto in mezzo al deserto e poi siamo ripartiti».
E di momenti difficili ce ne sono stati altri durante l’anno e tre mesi passati a bordo della Land Rover: dallo sconto con culture molto diverse dalle nostre, in cui le bambine vengono vendute al miglior offerente, all’impossibilità di stringere rapporti profondi perché «rimanendo poco nei luoghi venivamo visti come i bianchi da spolpare». Ma l’Africa è anche questo perché le difficoltà vengono ripagate dallo spettacolo mozzafiato dei paesaggi, dei tramonti, delle albe, degli animali liberi.
«Eravamo in viaggio tutto il giorno, tutti i giorni - racconta Claudio - avevamo delle scadenze burocratiche, come i visti, ma anche naturali visto che con l’arrivo della stagione delle piogge non avremmo potuto attraversare determinati stati. Ci fermavamo nelle capitali e in alcuni parchi dove spesso dormivamo. Il valore aggiunto del viaggio sono state le missioni: patrimoni di notizie e fonti di conoscenza. Lì abbiamo conosciuto veramente l’Africa».
E in ogni missione Claudio lasciva «il gettone di solidarietà. Lo chiamavamo così e rappresentava una piccola offerta economica. Ricordo che una suora con i 300 dollari che le affidai invece di comprare alimenti e acqua, acquisto un campo e costruì un orto. Diventò poi l’orto dell’ospedale in cui venivano accolte le donne sieropositive. Per noi è stata una grande soddisfazione». Un viaggio, quello in Africa, «che ha cambiato per sempre il mio modo di essere, la mia visione di quel mondo, nel bene e nel male (il diario del viaggio è consultabile al sito 2africa4love.com, ndr)».
Le avventure, si sa, cambiano la visione umana: scoprire, sperimentare, mettersi in gioco su più fronti muta il proprio modo di essere. E così l’uomo che aveva iniziato da alpinista al Cai di Modena e che nell’88 attraversò il ghiacciaio più grande del mondo in Islanda, oggi non è lo stesso di allora ma, come per l’Africa che muta di stagione in stagione, anche Claudio si è “evoluto” e il continente nero è stato un ulteriore gradino scalato. Infatti l’Africa rappresenta una parte delle avventure di Claudio. Prima «quando avevo 30 anni facevamo corsi di arrampicata su roccia e ghiaccio. Ho partecipato all’esplorazione degli altipiani degli Altaai: cinque vette al confine fra Russia, Cina e Mongolia. Ho camminato per cento chilometri nel deserto. Ho fatto, da fotoreporter, il Camel trophy. Ho scalato il Ruwenzori in Zaire». Ma poi dalle vette sparse nel mondo ha deciso di scendere e «diventare skipper, prendere la patente nautica diventare marinaio e istruttore». In questi anni non aveva mai violato l’acqua ma poi la voglia di scoprire lo ha spinto a scendere in profondità per conoscere il mondo anche nei suoi luoghi più nascosti. Sub, marinaio, scalatore, esploratore, viaggiatore. In due parole: Claudio Ansaloni.
Andrea Perini
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