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Castelfranco, Striano: «L’esperienza in carcere mi ha cambiato la vita»

di Agnese Facchini
Castelfranco, Striano: «L’esperienza in carcere mi ha cambiato la vita»

L'attore si racconta durante la presentazione del suo nuovo libro, parlando anche dei momenti più bui, quelli trascorsi dietro le sbarre

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CASTELFRANCO. «Il cinema spettacolarizza il mondo criminale e il rischio è che gli attori diventino modelli negativi, rendendo attraenti i malviventi: bisogna invece rappresentarlo per quello che è, in modo dispregiativo, perché questa è la vera criminalità e io l’ho vissuta sulla mia pelle». Salvatore “Sasà” Striano, protagonista del pluripremiato film “Cesare deve morire”, commenta così il dietro le quinte della sua vita, durante la presentazione del suo nuovo libro “La tempesta di Sasà” che si è tenuta nei giorni scorsi alla sala Degli Esposti.

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«Sono diventato un artista socialmente utile – spiega – perché sono la testimonianza che il carcere può rieducare, con l’istruzione e la formazione costruttiva di esseri umani che hanno perso la loro via e hanno bisogno di un’alternativa». Il titolo del libro entra nel vivo di un argomento che scuote l’Europa: la condizione dei carcerati in Italia. «Le carceri rischiano di essere discariche sociali – prosegue – basate su un sistema penitenziario antiquato fatto di sorveglianza e punizione, ma serve educazione: la scuola salva dalla strada».

Dopo otto anni nel carcere di Rebibbia sei tornato in veste di attore, com’è stato?

«I primi giorni sono stati pesanti ma poi si è rivelata un’esperienza catartica, che ha chiuso il capitolo del mio lupo nero interiore, per dare spazio al lupo bianco che vive, ama e recita».

Vedi la detenzione come un corretto mezzo di giustizia?

«Sì, se fatta come l’ho vissuta io, perché mi hanno dato gli strumenti per avere un’altra chance con l’istruzione, l’amore e la cultura; invece, nella maggior parte dei casi, il sistema detentivo produce l’effetto opposto, diventando una palestra per criminali che si scambiano informazioni su come truffare, rubare, spacciare».

Come si può evitare?

«Attraverso la scuola, progetti di musica, teatro, cinema, formazione per lavori qualificati, come ad esempio il corso di cioccolateria del carcere di Torino… un indirizzo nuovo, diverso dal crimine».

La malavita organizzata è anche al Nord?

«Credo sia più una mafia aziendale che mafia di strada, ossia è diffusa solo negli adulti e creata a tavolino; qui non si vedono bande organizzate tra i giovani, auto con gente armata per strada… quella è una realtà del sud».

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