Gazzetta di Modena

Modena

Bassa, seconda casa per i bimbi romani

di Fabio Montella*
Bassa, seconda casa per i bimbi romani

Nel dopoguerra tante belle storie di solidarietà a Mirandola e negli altri comuni

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Continuano ad aggiungersi particolari alla straordinaria vicenda di solidarietà che vide protagoniste tante famiglie modenesi tra il 1945 e il 1952. La raccolta di testimonianze e immagini lanciata dal quindicinale l’Indicatore Mirandolese, in collaborazione con la Gazzetta di Modena, contribuisce a mettere a fuoco i dettagli di una delle più importanti iniziative di altruismo del dopoguerra. Furono decine di migliaia i giovani provenienti da ogni parte d’Italia che si trasferirono nell’“Emilia rossa” per periodi variabili da alcuni mesi a diversi anni, trovando calore, affetto e sostentamento. Fu una vicenda eccezionale, coltivata nei ricordi famigliari di tante famiglie ma ancora troppo poco elaborata dalla memoria pubblica di questa provincia.

Da Roma partirono centinaia di treni. Come racconta all’Indicatore e alla Gazzetta Enio Mucciarelli, su uno di quei convogli c’era Libera Luzzi, che nel 1959 divenne sua moglie: «Libera ed altri bambini arrivarono alla stazione di Mirandola, dove furono accolti da persone disponibili e cordiali come Silvio Borghi, il casaro di Mortizzuolo che durante la guerra aveva salvato tanti ebrei dalla deportazione e che era già pronto per una nuova opera di solidarietà». Un’altra testimonianza è quella di Mauro Artioli, che scrive di come la famiglia di sua madre Maria Mari, che nel 1946 abitava a Cognento, ospitò per circa sei mesi due bambini provenienti da Napoli: Carlo Aprea e Giovanni Barbato di 8 anni. I piccoli vennero ospitati tra dicembre 1946 e giugno 1947. «All'epoca – scrive Artioli – i miei nonni che erano contadini, li rivestirono da capo a piedi perché erano arrivati a Modena con solo i vestiti che avevano addosso. Durante il periodo trascorso a Modena frequentarono la scuola elementare di Cognento. Negli anni seguenti, le famiglie rimasero in contatto al punto che uno di loro (Carlo) invitò i miei nonni al suo matrimonio a Pompei e successivamente portò i suoi figli a Modena, a testimonianza del legame che si era creato tra loro».

Un’altra bimba, Teresa Dovere, arrivò sempre alla fine del 1946 nella Bassa. «Eravamo da poco rientrati a casa nostra a Mirandola, dopo essere fuggiti a Medolla per paura dei bombardamenti. – spiega Maria Dellacasa, la cui famiglia ospitò per quasi un anno Teresa – Eravamo già in tanti, ma grazie allo stipendio di mio padre e al lavoro di mia madre, che faceva il bucato per diverse famiglie, non ci mancava il cibo. Mio padre era una persona generosissima e nemmeno quella volta si tirò indietro, accogliendo Teresa come una figlia». Alla fine dell’anno scolastico la bimba rientrò a casa, ma l’amicizia proseguì tutta la vita. «Nel 1963 Teresa si è sposata e il viaggio di nozze lo ha fatto proprio qui da noi, a Mirandola!».

Francesca Vescovini di Soliera ricorda che la nonna Antonia, nata a Grunuovo, frazione del Comune di Santi Cosma e Damiano (Latina), era una di quelle bambine. Lei e la sorellina più piccola Annunziatina giunsero a Modena il 28 gennaio 1946 in una fredda sera imbiancata dalla neve. Il centro di smistamento dei bimbi era la vecchia scuola di Ganaceto e arrivarono in tarda serata. Le vennero a prendere due ragazzini, di poco più grandi di loro. Mia nonna all’epoca aveva 12 anni e Annunziatina solo 9. Le recuperarono un ragazzino chiamato Alfonso, detto il “Biondo”, e sua sorella Alma. Antonia si ricorda ancora che quando arrivò indossava solo un paio di ciabattine senza calzette e camminando nella neve per arrivare a casa si intrisero tutte d’acqua… Sono stati mesi molto felici per lei, perché a Ganaceto si trovava bene e mangiava tutti i giorni!

Un’altra testimonianza diretta è quella del mirandolese Rino Talassi, il cui padre, Arturo, era factotum della famiglia Benatti, proprietaria di diversi poderi. «I bimbi – ricorda oggi – arrivavano spaventati e denutriti».

«Era piccola, magra, scura di pelle e di capelli, con due occhioni spalancati che ti penetravano dentro e ti sconvolgevano», racconta invece Eola Giliberti, ricordando Rosina, una bimba romana arrivata a Mirandola nel 1946 insieme alla sorella Caterina. «Tra il loro semplice bagaglio c’era una foto con la loro mamma, che hanno custodito gelosamente e che mi hanno lasciato al loro ritorno a Roma. Erano state assegnate la più piccola alla famiglia di mio zio, Russo Giliberti, l’altra a quella di un altro mio zio, Giuseppe Panzani. Al termine del periodo prestabilito Caterina è ritornata a Roma, mentre Rosina è rimasta ancora per parecchio tempo».

Silvano Possidoni, classe 1925, è un altro testimone diretto. Anche nella sua casa di via Pezzetta, a San Giacomo Roncole, fu ospitata una bimba napoletana, Mafalda Correale.

Una bambina di Roma e una di Napoli trovarono affetto e calore in un casolare di gente povera, ma di grande cuore, a San Giovanni di Concordia. La famiglia era quella dei Tanferri. Giuseppe, il più piccolo degli undici figli di Giusto Tanferri e di Adele Pecchini, era stato un capo partigiano e nel 1946 diventerà sindaco di Concordia. La sua famiglia fu tra le prime a rispondere all’appello a salvare l’infanzia del Centro e Sud Italia ed ospitò dapprima Bernardina Castroni di Roma, quindi Margherita De Luca Bosso di Napoli. «Mio padre – spiega oggi Franca Tanferri, figlia di Giuseppe – era un uomo generosissimo. Nonostante fosse molto provato dalle torture fasciste, fu in prima linea nell’ospitalità di questi bambini poverissimi».

*Comune di Mirandola

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