Così il mirtillo nero dell’Appennino mi ha conquistato
È sano e buono, possiede tante qualità uniche Proteggerlo e promuoberlo fa bene all’ambiente
Non sono mai stato un salutista, e fare l'editore non è certo quel tipo di mestiere che favorisce una corretta alimentazione. Colazione in ufficio, pranzo al bar (se va bene), caffè illimitati alla macchinetta. Da qualche mese però un nuovo inquilino frequenta abitualmente la mia scrivania: è il puro succo di mirtillo nero dell'Appennino, un alimento tra i più sani che si conoscano al mondo e che probabilmente, se potesse parlare, me ne direbbe di tutti i colori.
Come ci è finito questo elisir di lunga vita tra le pile di pratiche da evadere e il tappeto di post-it? È presto detto. Un giorno, ormai otto mesi fa, mi viene a trovare l'assessore del Comune di Fanano Paola Guiducci, per ordinarmi nuove copie della Disfida del borlengo. Con Paola, che è persona estremamente propositiva e curiosa, chiacchieriamo dei possibili progetti futuri dedicati al food che potrebbero avere una ripercussione positiva sul territorio. In questo contesto salta fuori la frase: “ma perché non fate un libro sul mirtillo?”.
Non so come, ma tra le mille idee che nascono ogni giorno ce ne sono alcune che ti colpiscono e che senti di poter portare avanti. Allora istintivamente ho risposto a Paola: “Ti prometto che faremo un libro sul mirtillo”. Da lì in avanti è partito tutto.
Per prima cosa, ho chiamato mio fratello Luca Bonacini: l’idea gli è piaciuta e in poco tempo abbiamo messo in piedi uno staff tecnico e scientifico di grande levatura: due università (Modena e Bologna), chef stellati, grandi nomi dell'enogastronomia, Slow Food, l'europarlamentare Cécile Kyenge... Una vera e propria armata (da cui il titolo del volume, l'Armata del mirtillo nero) di illustri difensori e promotori di un piccolo frutto dalle impensabili potenzialità. Perché il mirtillo è veramente una cosa seria, e me ne sono reso conto sempre di più a mano a mano che ci entravamo dentro.
Insieme ai grandi nomi, siamo riusciti a coinvolgere nel progetto di valorizzazione del mirtillo ben 66 realtà produttive dell'Appennino tra raccoglitori, trasformatori, ristoratori e creativi che lavorano con il mirtillo nero. Queste 66 imprese dislocate in quattro province (Pistoia, Reggio Emilia, Modena e Bologna) hanno raccontato la loro storia, ci hanno detto cosa fanno con il mirtillo, quali sono le loro specialità e con quale filosofia le producono. Li abbiamo ascoltati e fotografati, abbiamo fatto interviste e assaggi in compagnia.
Credere nel mirtillo, e loro ci credono davvero, significa credere in un intero "ecosistema" fatto di salvaguardia ambientale, tutela delle tradizioni, stili di vita sani e sostenibilità.
Il mirtillo non si può coltivare: o meglio, si può coltivare ma ho scoperto che il mirtillo coltivato ha proprietà fitoterapiche di gran lunga più scadenti del mirtillo spontaneo, che beve solo l'acqua che piove dal cielo e non quella (troppo abbondante) degli impianti di irrigazione. I famigerati antociani, i potentissimi antiossidanti del mirtillo nero, sono contenuti in dosi molto più elevate nei mirtilli spontanei, e quelli del nostro Appennino pare che siano tra i migliori del mondo.
Credere nel mirtillo significa accettare che non tutti gli anni il raccolto sarà abbondante, ma non per questo ci si adegua a produrre cibi e bevande con frutti importati di scarsa qualità, raccolti chissà dove e chissà come. Credere nel mirtillo vuol dire distinguere la neve d'inverno (quella che protegge le piante sotto il suo manto e che è sintomo di un clima sano) dalla neve di primavera (quella che distrugge le piante da frutto e che è figlia del riscaldamento globale), e fare la propria parte per rispettare il Pianeta e noi stessi. Si può andare lontano, credendo nel mirtillo. I cibi veri sono questo: un mondo di conoscenze, storia, saperi e anche buone pratiche. Perché sapere non basta, è importante agire.
Proteggere e promuovere il mirtillo ci fa ancora meglio, perché vuol dire proteggere e promuovere, assieme alla nostra, la salute dell'ambiente in cui cresce: le nostre montagne, il nostro territorio o, come dice papa Francesco, la nostra Casa Comune.
(Ho dimenticato di confessarvi che il puro succo di mirtillo nero è squisito).
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