«Il nostro futuro dipende dai fondi dell’Europa»
Stefano Bonaccini a Bruxelles dopo la Brexit per rilanciare il ruolo della regione torna anche sulle elezioni: «Abbiamo perso dove non si è saputo innovare»
Il Regno Unito rappresenta per l’Emilia-Romagna il quarto mercato di sbocco per il proprio export: oltre 3,4 miliardi di beni e servizi venduti, pari al il 6,2% dell’export totale regionale nel 2015. Quasi 900 milioni di euro per beni e servizi venduti nel primo trimestre 2016, pari al 6,7% dell’export regionale.
Sono numeri che la Brexit potrebbe cambiare, rischi, però, l’Emilia Romagna non ne vuole correre. È anche per questo che il presidente della Regione Stefano Bonaccini da lunedì è a Bruxelles, per una serie di incontri che hanno come obiettivo quello di porre al centro lo sviluppo del nostro territorio.
Preoccupato?
«Per le imprese dell’Emilia-Romagna la Brexit, nel breve periodo, non dovrebbe rappresentare un elevato pericolo, perché le nostre imprese esportatrici vendono beni di alta tecnologia che non trovano diretta concorrenza nel mercato interno inglese. Certo, l’indebolimento della sterlina, se continuasse nel tempo, potrebbe costituire un rischio. Nel medio periodo dipende invece dal modo stesso in cui si gestirà la transizione».
Qual è stata la priorità?
«Ovviamente i fondi. Il primo incontro è stato con il vicepresidente della Commissione Iyrki Katainen, che ho invitato in Emilia-Romagna in autunno per fare un punto con anche la Conferenza delle Regioni italiane, è servito per avere informazioni sull’accesso ad ulteriori fondi per la ricerca, per le imprese e per le infrastrutture in una regione come la nostra, dove grazie al “Patto Regionale per il Lavoro” sta diminuendo la disoccupazione e che vuole essere una delle locomotive per la crescita nel nostro Paese. Peraltro ci siamo presentati con la credibilità di chi spende tutti i fondi della programmazione europea. Abbiamo informato Katainen che già nel primo anno e mezzo di governo della mia giunta, cioè a fine 2016, riusciremo a bandire ben un miliardo di euro sul totale dei due miliardi e mezzo (scadenza programmazione al 2020), perché vogliamo velocemente mettere risorse a disposizione dei territori, delle imprese, delle Università e dei centri di ricerca».
Ma lei stesso diceva che si può fare di più...
«Esprimendo un giudizio tutto sommato positivo sul Piano Juncker, che vede l’Italia come il Paese che sta ottenendo il maggior finanziamento a propri progetti, ho però auspicato e proposto che si pensi a uno sviluppo ulteriore soprattutto in vista del triennio 2018-2021, alzando la garanzia per la ricerca dal 50 all’80% e quindi andando verso la massima finanziabilità. Nello specifico, ho richiesto un impegno diretto da parte dell’Europa per alcune grandi infrastrutture strategiche e i tecnopoli, cuore della ricerca, oltre che per piani di riqualificazione urbana dell’edilizia privata, particolarmente importante per la riqualificazione delle periferie delle città».
Dove potrà espandersi ancora la capacità tecnologica dell’Emilia Romagna?
«Ho incontrato il direttore generale della Cooperazione internazionale e sviluppo Stefano Manservisi, quindi l’alto rappresentante per la politica estera e vicepresidente della Commissione europea, Federica Mogherini, coi quali abbiamo delineato le prossime missioni internazionali dell'Emilia-Romagna, il prossimo settembre in Iran, ad ottobre in Sudafrica, a dicembre in Sudamerica, quali nuove opportunità per investimenti e cooperazione».
Cosa manca all’Emilia Romagna per essere considerata davvero europea?
«All'Emilia-Romagna non manca proprio nulla per essere regione europea. Si pensi che lo scorso anno l'export (cui concorrono oltre 26 mila imprese della nostra Regione) ha superato i 55 miliardi di euro, così come siamo stati la sesta Regione europea per attrattività di investimenti dall’estero. Più in generale si pensi ai milioni di turisti stranieri che ogni anno raggiungono le nostre coste, montagne o città d’arte o agli scambi culturali con tante parti del mondo. Ci sentiamo regione a forte vocazione europea e tale vogliamo rimanere. Illuso chi pensa che l'Europa possa competere nella globalizzazione chiudendosi ognuno nei proprio confini nazionali, posto che la mia generazione e quelle successive non hanno mai conosciuto la guerra, da quando le Nazioni hanno cominciato a dialogare, cooperare e costruire istituzioni comuni».
Come vorrebbe l’Europa?
«Deve premiare lavoro, impresa ed investimenti. Così come le politiche di austerità hanno gonfiato le vele dei populismi e dei nazionalismi. Per questo Renzi oggi, alla luce del voto inglese, ha una opportunità straordinaria: quella di giocarsi una autorevole leadership visto che in questi due anni ha sempre chiesto una Europa unita non soltanto dalla moneta ma da una comune visione».
A proposito di visioni, il deputato Richetti l’ha tirata in ballo nella diversa valutazione sul voto in Emilia Romagna. Esiste ancora l’Emilia rossa oppure no?
«Io trovo un po’ surreale discutere di regione più o meno rossa, anche perché il Pci non esiste più da 25 anni. Non si può però negare che l'Emilia-Romagna sia ancora oggi una delle regioni europee con forte presenza di voto al centrosinistra. Non a caso siamo stati unica regione anche alle ultime amministrative in cui tutti e tre i capoluoghi sono stati vinti dal centrosinistra. Lo dicono i numeri. Si volesse tecnicamente leggere il voto per quello che è, bisognerebbe ricordare ricordarsi che non ieri l'altro, ma ben 17 anni fa, nel lontano 1999, in Emilia-Romagna la destra stava governando contemporaneamente a Bologna, Parma, Piacenza e perse a Rimini per poche centinaia di voti. Oggi il centrosinistra ed il Pd governano ben nove dei dieci capoluoghi e anche le altre quattro città non capoluogo superiori ai 40mila abitanti. Basta questo? No, c’è un M5S che non è certo marginale. In secondo luogo, quando governi da tanto tempo, o sai costantemente innovare ed innovarti (nelle politiche e nelle persone) e dialogare con la società, altrimenti diventi marginale e vieni sconfitto. E dove non si è saputo innovare o interpretare la richiesta di cambiamento il Pd ha perduto».
Voleva dire questo anche la sua vicepresidente Elisabetta Gualmini quando ha “pensionato” Piero Fassino?
«So che Elisabetta ha sentito Fassino e si sono chiariti sul punto, perché non c’era alcun aspetto di critica personale, sapendo per altro il valore dell’amministratore».
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