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Mauro Bini: «Modena uno scrigno di gioielli»

di Michele Fuoco
Mauro Bini: «Modena uno scrigno di gioielli»

Dai raffinati cataloghi d'arte ai libri d'artista, dagli splendidi codici miniati in facsimile ad altre pubblicazioni di alto valore culturale, compresa la rivista semestrale “Civiltà Mantovana”:...

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Dai raffinati cataloghi d'arte ai libri d'artista, dagli splendidi codici miniati in facsimile ad altre pubblicazioni di alto valore culturale, compresa la rivista semestrale “Civiltà Mantovana”: Mauro Bini ha vissuto e vive la cultura nella dimensione della bellezza, sia come artefice, dal 1980, de “Il Bulino Edizioni d'Arte”, oggi in via Bernardino Cervi a Modena, che come esperto di opere di maestri contemporanei che ha presentato al pubblico, dal 1975, nel suo spazio espositivo, prima in Rua Muro, poi in via Nazario Sauro.

Quale il piacere maggiore che prova nel veder nascere i suoi libri?

«Il piacere è iniziale, nell'inventarsi questi libri. Il momento sublime è la progettazione, perché la produzione del volume viene poi affidata ad altri. Notevole il piacere anche quando si ha in mano l'opera conclusa, come un facsimile di un codice miniato. Un'opera che è esattamente uguale a quella fatta realizzare, in tempi remoti, da un papa, un principe, un re, una nobildonna».

Quando e come si è manifestata questa sua particolare attenzione al libro raro, di estrema qualità, di particolare fascino?

«Sin da ragazzino ero appassionato di libri illustrati. Mia madre lavorava alla Timo, attuale Telecom, dove passavano periodicamente agenti della Mondadori che proponevano volumi con facilitazioni di acquisto. Mi portava a casa, già a fine anni Quaranta, i classici italiani e greci, illustrati dal Dorè. Tante meraviglie che conservo ancora».

La Biblioteca Estense Universitaria è la vera fucina in cui ha scovato grandi codici miniati per suoi facsimili...

«La Biblioteca modenese è tra le più importanti al mondo, perché custodisce tanti tesori: oltre 500 codici miniati, di cui un centinaio a livello internazionale. Modena è bella. Se smettessimo di considerarla soltanto il luogo del lambrusco, del tortellino e del fomaggio grana, sarebbe utile alla città. Va bene Ferrari, Pavarotti, altre persone eccellenti, ma la vera storia di Modena è costituita dal Duomo, da un sito straordinario come la chiesa di S. Pietro che si sta faticosamente ricostruendo, con l'abbazia dei benedettini che ha una lunga storia, non solo come manufatto archittetonico, dalla Galleria Estense con grandi opere ma, in particolare, dalla Biblioteca Estense che ha una immensa rilevanza. Un patrimonio dell'umanità. Da sola potrebbe costituire motivo di orgoglio e di approdo per turisti anche stranieri».

Come è nata la collaborazione con la Biblioteca, dove ci sono i suoi facsimili, come il “Libro d'Ore di Modena”, “De Sphaera”, “Apocalypsis Johannis”, “Genealogia dei Principi d'Este”?

«Ho conosciuto nel 1983 il direttore Ernesto Milano per una mostra (poi non andata in porto) sui libri illustrati di Carlo Mattioli. Il direttore è stato un autentico valorizzatore della Biblioteca, aprendola all'attività espositiva e alla conoscenza dei suoi beni. Tra noi si era creata una efficace collaborazione che ha portato a due collane: quella de “Il Giardino delle Esperidi”, in diciotto volumi, per documentare un patrimonio cartografico storico che ha avuto il grande merito di essere stato propedeutico all'età delle grandi scoperte geografiche, e l'altra dei codici in facsimile (Ars Illuminandi) che hanno contribuito a far conoscere (gli originali sono inavvicinabili, anche perché fragilissimi) l'arte antica dei manoscritti miniati, grazie anche ai commentari che consentono una conoscenza approfondita dell'opera. Tra quelli nostri e la Bibbia di Borso d'Este ed altre pregevoli opere di Panini, la Biblioteca ospita una ventina di capolavori in facsimile».

Singolare la vicenda de “Il Libro d'Ore di Renata di Francia”, rubato durante una mostra in Italia...

«La Biblioteca Estense lo aveva prestato, nel 1994, per la mostra “Pregare nel segreto” a Montecassino, dove fu rubato. Fortunatamente avevamo già attuato la campagna fotografica del codice. Si è dovuto attendere la fine dell'inchiesta giudiziaria perché il facsimile potesse nel 1998 essere pubblicato. Così è rimasta almeno una testimonianza dell'originale, non più trovato».

La sua collaborazione è pure con l'Archivio del Capitolo del Duomo di Modena e con altre istituzioni straniere...
«Con la Biblioteca Capitolare abbiamo pubblicato, grazie a don Vigarani e il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio, “Leges Salicae”, una sorta di codice penale nel Medioevo, quando il vescovo esercitava anche l'amministrazione della giustizia. L'opera, a cura di Franca Baldelli, fu presentata in Duomo. Collaborazioni anche con la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, d'Irlanda a Dublino, di Spagna a Madrid, la Biblioteca Centrale della Letteratura Classica Tedesca a Weimar, La Biblioteca Universitaria di Augusta... L’“Offiziolo Alfonsino”, non più a Modena perché venduto negli anni Venti del '900, e smembrato di 14 carte, è stato ricomposto con il facsimile nella sua integrità, mettendo insieme una parte che si trova al Museo Gulbenkian di Lisbona e l'altra alla Galleria Strossmayerova di Zagabria. I facsimili sono stati utili anche per fare recuperare risorse alle biblioteche per il restauro dei codici originali. L'ho fatto io, come pure Franco Cosimo Panini. Talvolta i Lions e i Rotary».
Quale codice ritiene il più monumentale della sua produzione?
«Il “Messale di Barbara del Brandeburgo”, capolavoro in assoluto della miniatura gonzaghesca. Era già pronto nel 2012 e dovevamo presentarlo, con Paolucci, nella chiesa di S. Barnaba a Mantova che è stata riaperta, a causa del terremoto, solo lo scorso anno. Lo faremo il 10 settembre, in occasione del Festival della Letteratura. È stato il mio maggiore investimento. Ma sentimentalmente sono vicino al “Libro d'Ore di Modena” che raggiunge il “top” della miniatura a piena pagina su episodi della Vergine e di Gesù, con un apparato decorativo dipinto con profusione di oro in lamina. Lussuosa la legatura in delicata seta rossa e interamente ricamata».
Il Sole 24 Ore nel febbraio 2013 indicava il Bulino (e pure Franco Cosimo Panini) tra i leader mondiali delle case editrici dei capolavori miniati in facsimile. Cosa ha fatto di particolare per giungere a questi risultati?
«Sono 25 anni che lavoro in questo settore. Chi sfoglia il nostro catalogo vedrà una quarantina di titoli e sfido che ci sia un altro editore che ne abbia tanti. Panini una quindicina. Prima degli anni 2000 eravamo solo in sette alla Fiera di Francoforte e ci chiamavano i magnifici sette al mondo. Sette pazzi perché, sosteneva lo storico dell'arte Eugenio Riccomini, ci vuole solo un pazzo a fare questi libri. Negli ultimi 15 anni è aumentata la concorrenza: ex venditori si sono cimentati con l'editoria, ma con scarso successo. Sono ormai quasi tutti spariti e siamo rimasti quelli di prima».
È un puro caso che a Modena ci siano due grandi editori di codici miniati?
«Non per caso. A Modena c'è la grandiosa Biblioteca Estense, con libri introvabili altrove, che ci ha permesso, per un oltre un ventennio, nuove edizioni autorizzate anche dal Ministero per i Beni Culturali. E poi qui c'è la storia della rilegatura. La legatoria Gozzi (nei primi del '900 rilegava per i Savoia) passata dal capostipite Dante al figlio Rolando e al nipote Pietro. Anche oggi, di proprietà di due ragazzi, essa conserva il nome di “Bottega dei Gozzi”. Il fatto che ci sia stato un tale apporto di manualità è stato fondamentale per il nostro lavoro».
Questi sontuosi volumi hanno contribuito a fare uscire la città dalla provincialità?
«Panini ed io abbiamo lavorato per il mondo. Modena è solo il luogo di produzione, ma ciò è servito a far conoscere la città a tanti editori e collezionisti che visitano la Biblioteca Estense che, oltre ai nostri facsimili, dispone pure di una cinquantina di titoli di editori internazionali, con cui abbiamo avuto ottimi rapporti».
Prima dell'arte antica il suo interesse era per l'arte contemporanea. Cosa l'ha spinto ad aprire, nel 1975, uno spazio espositivo con opere di autori del tempo?
«Il desiderio di aprire una piacevole attività economica. Quasi una scommessa con chi sostiene che con la cultura non si mangia. Sono stato bene. Lavorare con le arti è un lavoro talmente bello che non stanca e mi ha dato tante soddisfazioni. Anche economiche».
Le scelte degli artisti da che cosa erano determinate?
«Una scelta quasi simpatetica, cioè di simpatia, di affinità elettive. Ho lavorato con artisti anche non figurativi, come Luigi Veronesi e Raffaele Biolchini, con cui ho progettato cicli di opere, eventi ed opportune pubblicazioni».
I suoi artisti sono stati spesso di primo piano, come Veronesi, Carlo Mattioli, Gianfranco Ferroni. Artisti presentati anche da famosi scrittori e poeti. Da ciò si può spiegare la sua attenzione per i libri d'artista, a partire da Mattioli (modenese vissuto a Parma) con i Taccuini, le Ginestre e i Canti di Leopardi, l'acquantinta che illustra “Il ricordo della Basca” di Delfini, trenta dipinti per “Illuminations” di Rimbaud, “La pioggia nel pineto” di D'Annunzio con testo di Mario Luzi?
«Il libro d'artista è un progetto, un'idea. È mettere insieme, come un direttore d'orchestra, due solisti, un artista con un lavoro illustrativo e uno scrittore o poeta con un testo. La massima soddisfazione, per citare Matisse, è riuscire a fare suonare all'unisono queste due forze. Per “La pioggia nel pineto” Mattioli pensò a Luzi, conosciuto a Parma, dove il poeta insegnava da giovane. Ma Luzi disse francamente: “D'Annunzio non è nelle mie stime. È da orticaria. Comunque m'inventerò qualcosa”. Il libro fu presentato al Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera e poi, come apoteosi, a Firenze».
Questi artisti e scrittori come si ponevano con Modena.
«Un rapporto puramente occasionale. Mattioli quasi la odiava, perché le istituzioni non si erano mai ricordate di lui. Ci tornava volentieri Ferroni, perché ricordava con piacere il suo bravo mercante Roncaglia della Galleria Mutina».
Chi ha amato di più?
«Rapporti preferenziali con Mattioli, lo scultore Augusto Murer, Veronesi, Luzi e Riccomini. Per affinità, il giovane pavullese Biolchini».
Biolchini richiama la sua attenzione anche per gli emergenti modenesi...
«Infatti ci sono anche Mac Mazzieri, Davide Scarabelli e il meno giovane Mario Venturelli. Grandi amiconi e ci siamo divertiti insieme. Con Biolchini abbiamo fatto un libricino, dal tittolo “Tabula Affinitatum”, con mostra, nel 1979, al Museo di Storia delle Scienze di Firenze, nel salone accanto ai Codici di Leonardo».
Cosa è cambiato rispetto al passato?
«Credo sia cambiato tutto. Non c'è più il clima di allora. Erano anni di progettazione, d'invenzione. Si pensava che l'arte fosse lo specchio dell'anima di quella società in ebollizione. Da tempo la tecnologia ha cominciato a prendere il sopravvento sulla creatività individuale. Così è cambiato anche il rapporto delle persone con l'arte».
 

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