«Violenze, nel 2015 in città ci sono state 235 denunce»
Il lavoro della Casa delle Donne. La presidente Alboresi: «I nostri alloggi ad indirizzo segreto sono sempre pieni. Ma sono migliaia i casi che non emergono. La Procura è disattenta»
La Casa delle Donne contro la violenza lavora ogni giorno da anni. Basta vedere il via vai dell’ufficio per capire che non si tratta di “casi isolati”, di “fatti eccezionali”. La Casa delle Donne lavora, purtroppo, con una quotidianità spesso sommersa. Presidente è Gabriella Alboresi, presidente della Casa delle Donne contro la violenza, onlus modenese impegnata al fianco delle donne che trovano il coraggio di alzare la testa di fronte alla violenza subita.
Avvocato Alboresi, arrabbiata e amareggiata. Cosa le fa più impressione?
«Quelle denunce di donne che non vengono ascoltate, come in questo caso. Non siamo di fronte a situazioni nascoste, siamo di fronte a realtà che si conoscono bene. Come nel caso di questa signora».
Cos’è che non funziona se una donna che denuncia non riesce poi ad essere salvata?
«Verrò radiata, ma la rabbia è troppa. Questura e soprattutto Procura sono disattente: è possibile che se ci sono più denunce a carico di una persona, questa non venga nemmeno convocata in questura?».
Colpa della legge e della burocrazia?
«Sicuramente c’è anche questo, ma dobbiamo prima di tutto partire da un dato che pesa sull’Italia: siamo un Paese anomalo, un terzo degli omicidi possono definirsi femminicidi all’interno di relazioni sentimentali poi interrotte. Siamo un caso davvero unico nel mondo. E questo significa che c’è una cultura di base da cambiare».
Come?
«Intanto cominciamo dalle scuole. Non alle superiori, cominciamo alla scuola materna ad insegnare il rispetto tra maschi e femmine. È lì che si può e si deve intervenire per provare a cambiare qualcosa».
Cosa manca ad oggi per vincere questa battaglia?
«Prima di tutto i finanziamenti per intervenire in tutte le direzioni e ad ampio respiro. Mentre siamo qui che parliamo, mentre ogni giorno si legge di episodi di violenza, dobbiamo lottare per tenere aperti i centri antiviolenza. E qui in Emilia Romagna siamo fortunati: almeno riusciamo a tenere aperte le strutture, abbiamo inaugurato a Vignola un centro antiviolenza, a Pavullo uno sportello, abbiamo un presidio a Medolla, oltre a Modena ovviamente. La capillarità sul territorio è fondamentale, ma va sostenuta, altrimenti finisce come a Roma o a Palermo, dove invece i centri sono costretti a chiudere».
Quanti casi si contano a Modena?
«Sono in continuo aumento come in tutta Italia. Solo l’anno scorso abbiamo seguito in città 235 nuovi casi. Sono pieni i dieci posti nelle case ad indirizzo segreto che abbiamo, dove vanno i casi più gravi ed urgenti. Ma non sono i soli, per pochi che denunciano ce ne sono migliaia che stanno zitte, perché purtroppo si vergognano. Ecco perché quando vedo i numeri, e vedo che crescono io leggo sempre questo aspetto in positivo: significa che più donne non accettano di farsi picchiare e violentare».
Quando arriva una donna davanti alle vostre operatrici come vi comportate?
«Instauriamo subito una relazione paritaria, senza differenze. E ascoltiamo, deve nascere fiducia. Ci sono donne che impiegano due mesi ad uscire dalle loro violenze, altre anni. Nessuna è uguale all’altra e noi, col nostro apporto, anche come consulenza giuridica, cerchiamo di tutelare queste persone ferite profondamente. Fa effetto pensare che tutto questo accada anche a Modena, ma è così. Per questo speriamo di ristabilire un dialogo col questore rispetto a chi l’ha preceduto, e di incentivare la formazione del personale della squadra volante della Polizia, che tutti i giorni si trova di fronte a questi casi».
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