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Modena, nella terra dell’uva una miniera “d’oro” che produce birra

di Martina Stocco
Modena, nella terra dell’uva una miniera “d’oro” che produce birra

Vicino a Cognento un luppoleto di 6mila piante con un orto di coltivazioni rigorosamente bio

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Una miniera “d’oro” a due passi da casa. A Cognento c’è una produzione davvero particolare. Non è un caso unico in Italia, ma sicuramente è una rarità nella terra del lambrusco. Di che cosa stiamo parlando? Di due ettari e mezzo coltivati a luppolo. L’area occupa circa la metà della zona complessiva.

Entrando dal cancello principale il luppoleto appare distante. Sulla destra si trova un piccolo bosco, sulla sinistra un orto. Metà dei prodotti è coltivata all’aria aperta, l’altra in serra. Proseguendo sull’asse principale si nota un capannone. Avvicinandosi si scopre quali sono i tesori che contiene. Innanzitutto, c’è una diraspatrice. Un nome complicato per indicare un’azione semplice. Quale? Togliere il graspo dal resto del ramoscello. È il primo di una serie di altri macchinari per pervenire al prodotto finito.

La prima fase, ovviamente, è la raccolta. Un’operazione da sempre condotta a mano all’interno dell’Italian Hops Company. La pianta è perenne e, come spesso accade, ha un’evoluzione durante l’anno. In primavera è simile a un bonsai. Tuttavia, a settembre raggiunge l’apice, lambendo i cinque metri. Non è un’altezza record. In Germania, patria della birra, si raggiunge anche quota sette. Nel campo si trovano circa seimila piante. Una “fucina” che permette di “estrarre” due tonnellate e mezzo di verde biologico. Due i modi per rivendere il luppolo. Il primo è così com’è, il secondo è con il prodotto essiccato.

«L’anno scorso abbiamo rifornito venticinque birrifici - ha spiegato Eugenio Pellicciari, coltivatore di luppolo all’interno dell’attività - sul territorio nazionale. Nel novembre scorso i birrai che hanno preso il luppolo da noi ci hanno incontrato in un pub reggiano. È stata un’occasione per portarci la birra fatta con i nostri luppoli».

Il luppolo è una novità in Italia?

«No, anzi: se ne sono scoperte coltivazioni a Marano - ha risposto Pellicciari - risalenti al XIX secolo. Torniamo indietro sino al 1876».

Ci sono altri esempi sui territori modenesi?

«Ci sono varietà che derivano dal 1800 - ha ripreso il coltivatore - decenni in cui la famiglia Montecuccoli aveva possedimenti tra Pavullo, Marano e Castelvetro. Era una dinastia vicina alla casata d’Austria, a cui era legata da una prossimità culturale. Non è un caso che si facesse in questi luoghi la birra».

Un esempio insolito nell’Italia di allora, a cavallo degli anni dell’Unità. Soprattutto, quasi un inedito in una terra dalle radici rosse… di uva. Il nome “Lambrusco” risuona spesso nei possedimenti di Cognento. Merito di un quattro zampe che anima l’atmosfera con la sua presenza. Dal colore del pelo del cane torniamo però alle tinte verdi del luppolo e bionde della birra.

«Quest’anno registreremo le nostre prime due varietà italiane», ha sottolineato con orgoglio Pellicciari.

Che vuol dire?

«Avremo un brevetto vegetale a livello ministeriale - ha spiegato il coltivatore - in cui saranno registrati il genotipo riconoscibile e le determinate caratteristiche dei nostri prodotti».

Tra i prodotti derivanti dal luppolo figurano i bruscandoli. Tempo fa erano utilizzati come succedanei degli asparagi in cucina. Alcune applicazioni? Risotti, frittate oppure preparati con un “salto nel burro”. Altri prodotti si trovano nell’orto. C’è una particolarità: tutte le aree sono suddivise da siepi di frutta e sono state pensate con una conformazione a “U”. Una tecnica che permetterà una maggiore irradiazione nelle ore più calde. Sono le “trappole solari”. La coltivazione è biologica e non prevede l’utilizzo di macchinari. L’unico strumento? Un aratro a mano.

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