Gazzetta di Modena

Modena

Musulmane a Modena «Separazione non vuol dire segregazione»

Musulmane a Modena «Separazione non vuol dire segregazione»

Sono le donne che si occupano di preparare le cene comunitarie: «Qui a Modena mai stata offesa»

2 MINUTI DI LETTURA





«Qui a Modena, non sono mai stata insultata, né offesa, né derisa o invisa perché porto il velo islamico», dice Noussaiba Rizki, una giovane di 17 anni legata alla “moschea” di via Portogallo.

Figlia di un sindacalista della Fiom, Noussaiba è nata a Modena e studia per diventare architetto. È molto giovane ma dimostra di avere le idee chiare e spiega che l'Islam non è una religione sessista e che per giudicare la posizione della donna nelle società musulmane non è all’Occidente che bisogna guardare ma alle società pre-islamiche dell'Arabia, regione in cui è sorto l'Islam nel VII secolo.

«Non è vero che siamo segregate in casa e che viviamo in inferiorità rispetto agli uomini: abbiamo le nostre sale in cui ci riuniamo per pregare, organizziamo periodicamente anche corsi di lingua italiana e di informatica, molte di noi insegnano ai bambini l'arabo e svolgono attività di volontariato», spiega Khadija una casalinga di origine berbera.

Durante il mese di Ramadan - che sta per finire - sono le donne che si occupano di preparare le cene comunitarie consumate nel cuore della notte: cous-cous e tajine fatti in casa in grado di competere con i migliori ristoranti arabi della zona.

«Anche noi seguiamo i dettami del Ramadan, solo le donne incinte sono esentate mentre i giovani sono incoraggiati a compierlo sin dall'età della pubertà. Durante le ore di digiuno ci è permesso assaggiare i piatti che prepariamo con la punta della lingua, senza ingerire il cibo, per verificare il livello di sapidità o di cottura per esempio», aggiunge Khadija.

Noussaiba, vestita con un vivace hijab giallo canarino, non si trucca, non ha particolari vezzi, non usa smalti per le unghie, porta abiti lunghi fino alle caviglie. E non va in discoteca: «Mi sentirei a disagio, fra persone che bevono alcol e ragazze con abiti succinti. Poi paradossalmente sono troppo coperta, non mi farebbero mai entrare: poco male, io non sento tutta questa necessità di mostrare il mio corpo al prossimo».

Noussaiba come le altre ragazze del ramo giovanile modenese di Partecipazione e Spiritualità Musulmana, l'istituzione che controlla la Casa della Saggezza, non trova nessuna presunta attenuante sociale che giustifichi la violenza religiosa e il terrorismo: «Siamo a conoscenza che in alcuni paesi europei esistono dei veri e propri ghetti, come le banlieue francesi, dove l'integrazione ha completamente fallito e il grado di esasperazione è alto, ma niente al mondo può giustificare le barbarie commesse dall'Isis che tra l'altro si ispira a una corrente islamica, il wahabismo, che non ci appartiene proprio culturalmente, che non condividiamo affatto perché predica odio». (g.j.g.)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google