Gazzetta di Modena

Modena

Strage di Dacca, un amico del modenese Boschetti: «Conoscevo lui e la moglie da 20 anni, erano speciali»

Strage di Dacca, un amico del modenese Boschetti: «Conoscevo lui e la moglie da 20 anni, erano speciali»

Il ricordo di Paolo Morselli, chirurgo plastico bolognese fondatore di una onlus che interviene nei Paesi poveri

3 MINUTI DI LETTURA





BOLOGNA. «Gianni mi chiamò per la prima volta vent'anni fa e di lì a poco cominciammo a collaborare. Ricordo ancora la sorpresa che provai quel giorno. Pensai: ma davvero vogliono aiutarci, ospitarci senza farci spendere nulla? Sembrava a tutti troppo bello. Poi con gli anni capimmo che Gianni e Claudia erano due persone fuori dal comune, e che con loro ogni cosa diventava possibile». Paolo Morselli, medico e chirurgo plastico, professore dell'Università di Bologna, fondatore di Interethnos interplast italy (3i), onlus specializzata in interventi di chirurgia plastica di massima difficoltà in Paesi poverissimi, ha la voce rotta dal pianto. Per 20 anni, lui e il suo team sono stati infatti ospiti a Dacca a casa di Gian Galeazzo “Gianni” Boschetti, unico sopravvissuto alla strage di Dacca, e sua moglie Claudia D'Antona, uccisa dai terroristi.

«Eravamo molto amici - spiega Morselli - È anche grazie a loro che io e il mio team di medici e infermieri abbiamo potuto curare, in questi anni, migliaia di persone, portando a termine centinaia di interventi a missione. Gianni e Claudia si occupavano di tutto: ci offrivano ospitalità, preparavano per noi cibo italiano, intervenivano ogni volta che avevamo problemi burocratici da risolvere in loco. Un aiuto prezioso, senza il quale l'associazione forse non sarebbe andata avanti».

In che modo vi aiutavano?

«Innanzitutto facendoci conoscere alla comunità, introducendoci fra gli italiani e con la popolazione locale. E poi, naturalmente, ospitandoci e accogliendoci come persone di famiglia. Per noi i primi anni in Bangladesh erano stati duri, ci erano mancate cose semplici ma fondamentali. Con il loro l'intervento tutto cambiò, iniziò una nuova vita».

Che ricordo ha di Gianni e Claudia?

«Straordinario. Le basti pensare che lui, insieme a Claudia, ad ogni missione si occupava della dogana, un aiuto non da poco, le assicuro, in un Paese come il Bangladesh: sdoganare 500 kg di materiale sanitario non è cosa facile ma loro ci riuscivano. Si facevano in quattro, non dovevo neanche dirgliele, le cose. Risolvevano problemi che per noi sarebbero stati insormontabili. Claudia, poi, era una donna con una forza e un entusiasmo incredibili. Voleva aiutarci continuamente e in tutti i modi. Claudia si spendeva in prima persona, anche in sala operatoria, facendo tutto quello che poteva per facilitarci il lavoro. Ci portava nelle case poverissime dove abitavano i bambini in difficoltà da operare, faceva da tramite tra noi e i medici locali per migliorare l'organizzazione della nostra attività sanitaria e la didattica rivolta ai medici del Dhaka Medical College. Era una donna coraggiosa e forte, di immenso valore. Credo che lei e il marito si spendessero così tanto per dare sfogo alla loro naturale inclinazione verso il sociale, il volontariato e la filantropia. Il loro lavoro non gli dava modo di dedicarsi a queste cose, e così “usavano” noi, e noi ci mettevamo volentieri al servizio di questa loro passione».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google