Tecnopolo, il braccio del biomedicale
Una ventina di tecnici al lavoro in un centro costato 4,3 milioni convalidano le ricerche di 100 imprese e 5mila dipendenti
In un anno è stato raggiunto un sostanziale pareggio e i fondi a disposizione, messi assieme tra le commesse dei privati e quelli ricavati dai bandi di ricerca, coprono buona parte dei costi per il prossimo biennio, dando lavoro a una ventina di ricercatori di altissimo livello scientifico e collegati all’università di Modena.
È questo il biglietto da visita del Tecnopolo di Mirandola che ieri si è presentato a un pubblico selezionato di accademici e universitari per mostrare che cosa è possibile fare con una fondazione che mette insieme risorse pubbliche al servizio delle imprese private ma valorizzando al tempo stesso i migliori cervelli e i laboratori del nostro ateneo.
Il battesimo del Tecnopolo collegato al biomedicale di Mirandola, un centinaio di aziende quasi tutte impegnate nella produzione con una forte presenza di giganti multinazionali, è arrivato pochi mesi dopo il terremoto del 2012. Per frenare la tentazione della fuga da parte di imprese e ricercatori, la Regione Emilia Romagna decise di dare vita a un progetto che fino a quel momento era rimasto solo sulla carta. In ballo non c’era solo il fatturato del settore, circa 1 miliardo di euro, ma anche i quasi 5mila occupati distribuiti nei vari Comuni colpiti dal terremoto.
Ideato dall’allora rettore Aldo Tomasi, oggi responsabile di uno dei tre superlaboratori su cui punta la ricerca biomedicale nella Bassa, prevedeva una fondazione collegata a Democenter ma molto snella e immediatamente operativa, in modo da dare risposte veloci e concrete alle aziende.
«Se un’impresa - riassume Tomasi - ci chiede di sapere se un polimero o un altro materiale che usa nelle cannule piuttosto che nei filtri per il sangue è dannoso o può funzionare, ha bisogno di risposte in tempi brevi. Al tempo stesso ci siamo subito attrezzati con le certificazioni dei migliori standard di qualità internazionale, come l’ISO 13485. In altre parole i produttori che certificano nei nostri laboratori le caratteristiche di atossicità e biocompatibilità dei loro dispositivi biomedicali, non hanno più bisogno di chiedere alle autorità sanitarie di altri Paesi per il disco verde alla vendita. Via libera all’esportazione dunque, senza problemi».
Con un investimento di 4,3 milioni, di cui 3,5 erogati subito dalla Regione, il progetto è diventato realtà in 14 mesi e dall’aprile del 2015 macchinari e tecnici hanno iniziato a girare a pieno regime. Sinora circa per un terzo le aziende del settore si sono lasciate coinvolgere e i risultati, anche in termini di brevetti registrati, non si sono fatti attendere. Di che cosa si tratta è ovviamente top secret nei dettagli, ma non è un mistero che la compatibilità dei polimeri plastici nei dispositivi da applicare al corpo piuttosto che gli impianti per l’ossigenazione del sangue siano il campo di battaglia della ricerca attuale. «L’obiettivo è quello di arrivare a dispositivi monouso, lavorando sui sensori, in sala operatoria e abbattendo di molto i costi» ammette Tomasi.
Nella sede del Dipartimento di Ingegneria anche l’attuale rettore, Andrisano, si mostra ottimista. Le ricadute sul sistema-ateneo non mancano certo, sia in termini di specializzazione che di attenzione anche verso la ricerca di base e i macroprogetti ai concorsi europei riservati alle università.
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