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Un “canto libero” per dire addio a Betta

Un “canto libero” per dire addio a Betta

Commozione e rabbia alla cerimonia funebre della 55enne uccisa dall’ex compagno: «Istituzioni incapaci di proteggerla»

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Un inno alla amicizia e alla vita, un “canto libero”, come la canzone di Lucio Battisti che è risuonata in chiesa al termine della cerimonia, un abbraccio affettuoso dei tanti amici ma anche la rabbia per una tragedia troppe volte annunciata. Betta infatti, nonostante parecchie denunce e chiamate, nonostante fosse in cura, i vari ricoveri, nonostante le forze dell’ordine conoscessero il suo caso, è stata uccisa da Armando Canò, l’ex convivente, in cura al Centro salute mentale e che già in passato l’aveva malmenata e che ora si trova in carcere, reoconfesso dell’omicidio.

L’addio a Bernardetta Betta Fella ieri mattina è stata una cerimonia toccante: nella chiesa di Freto, scelta perché è proprio davanti a quell’altare, nel 1985 che Bernardetta sposò Roberto Righi, da cui ebbe due figli, Davide e Simone, si sono radunati lontane amiche della 55enne.

Le amiche della giovinezza, quando Betta portava all’asilo i suoi due bambini, quando andava alle riunioni delle elementari, le amiche della pallavolo, le amiche dell’associazione dove la donna svolgeva volontariato. E sia dal pulpito che tra i presenti, è stata ricordata la sua generosità, il suo altruismo che traspariva nonostante le ombre della progressiva depressione. In chiesa anche i tanti amici dei due figli, sconvolti dall’accaduto che hanno pure loro ricordato la generosità della loro mamma e il sorriso aperto.

Pierpaolo, il nipote, ha detto: «Esiste la sofferenza che capiscono tutti, quando ti succede qualcosa di terribile o di brutto. E poi esiste una sofferenza più incomprensibile ma dilaniante, quella di chi ha motivo di essere felice ma non ci riesce. Credo che sia questo che è successo a mia zia: che al culmine dei motivi per essere felice sentiva un peso in fondo al cuore, non ci riusciva, qualcosa glielo impediva. E questa è una sofferenza che gli altri non possono capire e che ti fa sentire ancora più sbagliata, incapace, fatta male. È a quel punto che forse lei ha scelto l'infelicità come un destino, perché se non altro non doveva più darsi né dare delle spiegazioni impossibili. Tutto il bene che poteva starci nella sua vita ce l'avevano già messo Roberto, Davide e Simone, ma per lei voleva dire solo non andare bene. E quindi che andasse tutto male, tanto valeva. E quindi si arrabbiava con chi non capiva questa sua liberazione: chi la aiutava, incoraggiava, correggeva. Non credo davvero che ci fossero alternative, per chi le voleva bene. Ma ciò nonostante mia zia non ha smesso di vivere volontariamente, perché qualcosa la teneva aggrappata alla vita nonostante tutto, pur con tutto il suo grumo nero di sofferenze e di incomprensioni. Mia zia l'ha uccisa un uomo per il quale non voglio avere parole. Dico solo che delle istituzioni incapaci di proteggere le persone dalla propria sofferenza e da un maledetto assassino possono e quindi devono funzionare meglio». E Pierpaolo ha aggiunto: «Ricordando e anche guardando nelle immagini il suo sorriso non posso non notare che c’era sempre un fondo amaro, come se anche quella felicità fosse finita, che il sorriso tendesse quasi alla commozione, avesse dunque un finale doloroso. Ora zia sei in paradiso, il tuo sorriso è finalmente libero».

Stefano Totaro

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