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Annalisa porta un sorriso tra le guerre e la povertà

di Alfonso Scibona
Annalisa porta un sorriso tra le guerre e la povertà

La fotoreporter sassolese Vandelli: «Ho visitato carceri e paesi ormai distrutti» «Sono esperienze che ti cambiano dove tocchi con mano il valore della vita»

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Un sorriso coinvolgente. È l'arma di Annalisa Vandelli, fotoreporter e scrittrice sassolese, pluripremiata a livello nazionale, che tra un viaggio e l'altro rientra nella sua città.

“È un’arma bellissima il sorriso – concorda - è un’arma di comunicazione ed è bello poterlo donare; poi io sono contenta del mio lavoro, di tutto quello che faccio, ecco perché sorrido».

Diciamo, innanzitutto, quali sono state le tue ultime tappe.

«L’ultimissima tappa è stata in Mozambico, Maputo e poi un’altra zona che si chiama Chiliname, ancora più a nord a Morrumbala. Prima ancora Etiopia, Addis Abeba e lì ho lavorato soprattutto nella città».

Recentemente hai fatto accenno, durante un corso di aggiornamento per giornalisti, ad un'avventura che hai vissuto in Salvador. Un'avventura veramente cruenta, dove lì, per meno di un centesimo, ti tagliano la gola.

«In realtà, in Salvador – puntualizza - noi italiani e noi europei non siamo target, quindi non rischiamo in maniera diretta. Il rischio, come in tante altre zone del pianeta, è quello di finire in mezzo a delle sparatorie, a dei regolamenti di conti differenti. Il Salvador, nonostante questo alto tasso di violenza, è uno dei paesi più belli che io ho visitato, è stata una delle esperienze più belle della mia vita e lì, tra le altre cose, ho lavorato sul tema della giustizia e sui mareros, che sono criminali che insanguinano il Paese con più di 900 morti ammazzati al mese, su una popolazione di circa 6 milioni di abitanti. È veramente una guerra».

Ma non ti è bastato imparare queste cose: tu sei andata dentro le loro carceri.

«Sono andata dentro a tre carceri – racconta – ed uno in particolare mi ha molto colpita, perché è un carcere in cui stanno 5000 ragazzi che hanno compiuto diversi delitti e che comunque sono cresciuti in situazioni di enorme violenza, quindi anche su questo io tendo a sospendere il giudizio. Spesso, quando lavoro fuori, mi chiedo: “ma se io fossi cresciuta, nata e cresciuta, qui, come sarei?” E spesso mi rispondo: “Molto simile a come sono appunto le persone nate e cresciute lì, che ad un certo punto devono fare una scelta”. Il tasso di suicidi, per esempio, in Salvador si è molto alzato perché i ragazzi non riescono ad accettare di entrare in queste bande criminali, di fare efferatezze e quindi preferiscono togliersi la vita».

Hai anche conosciuto una persona, una scrittrice come Claribel Alegria ormai famosa in tutto il mondo...

«Eccezionale è dir poco - annuisce – perché Claribel Alegria, che ho conosciuto in Nicaragua, mi piace ricordare, visto che siamo in Italia, che ha appena vinto il premio di poesia a Camaiore e per me è stata un mentore perché, mentre stavo in Nicaragua, stavo da lei e ragionavamo di letteratura e mi ha fatto molto crescere. Poi ho dovuto anche un po’ imparare lo spagnolo per relazionarmi e lei è legata al Salvador per questioni di nascita, perché, come lei spesso sottolinea, è di “matria salvadoregna” e di patria nicaraguense. È legata al Salvador perché, e ve lo consiglio perché è uscito proprio con una casa editrice italiana anzi sassolese che è Incontri editrice, “Ceneri d'Izalco”, che è un romanzo appassionatissimo, che racconta, oltre ad una bellissima storia d'amore, una strage di Indios che è capitata nel 1932 in Salvador. In questo modo Claribel Alegria insieme a Flakoll, sono riuscite a mantenere vivi la memoria ed il ricordo di una strage che ha coinvolto più di 30.000 persone».

Tra l'altro, quando sei andata a trovare lei, hai fatto anche da postino.

«Ho fatto anche da postino perché, in carcere, un ragazzo mi ha detto di aver scoperto la letteratura. Sembra sempre che la cultura, la letteratura, siano cose leggere, cose di aria, ma in realtà sono cose che salvano. Ha detto di aver letto “Ceneri d'Izalco, e me ne ha citato un pezzo bellissimo a memoria: “È meglio vivere in piedi con la schiena dritta, che morire in ginocchio”. Questa frase mi ha colpito tantissimo, l'ho videoregistrato e l'ho portato a Claribel, perché la settimana dopo sarei partita e sarei andata a Nicaragua in corriera, e Claribel è rimasta colpitissima, ha detto che questo era il premio più importante della sua vita».

Adesso ti riposi, ma parliamo un po’ del prossimo futuro, visto che tu hai già fissato gli obiettivi e i viaggi per diversi mesi.

«Sì, fortunatamente sì, perché poi ci sono periodi in cui il lavoro manca, mentre adesso, per fortuna, c'è. La vita di un reporter è spesso ondivaga, anche in senso materiale. Adesso andrò in quattro Paesi: la Tunisia, l'Eritrea, l'Etiopia ed i campi profughi in Saharawi. Sono molto contenta, di tutto questo, di andare in Eritrea perchè è uno dei paesi più trascurati e, proprio per ragioni politiche, è molto difficile entrare. È un'opportunità grande ed anche una grande emozione». Questo tutto entro quest'anno?

«Sì, entro quest'anno».

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