Lorenzo Miglioli: da Modena nel mondo giocoliere di linguaggi
«L'ho progettato tutto con Lorenzo Miglioli che l'ha scritto» ha detto il regista serbo Emir Kusturica a proposito dello spettacolo “La Magna Grecia. Il mito delle origini. Il grande racconto dei...
«L'ho progettato tutto con Lorenzo Miglioli che l'ha scritto» ha detto il regista serbo Emir Kusturica a proposito dello spettacolo “La Magna Grecia. Il mito delle origini. Il grande racconto dei Greci in occidente” che ha debuttato, con grande successo, 10 giorni fa, all'Arena Sinni di Senise in Basilicata. Annunciando anche che sarà proprio il suo amico modenese, Miglioli, l’autore della sceneggiatura del suo prossimo film “Verdiana”, omaggio a Verdi. Regista, autore di scenografie per il Teatro Eliseo di Roma e sceneggiature per il cinema, produttore creativo, il modenese Lorenzo Miglioli è anche giornalista (già collaboratore per Panorama, Il Manifesto, L'Europeo, il Mattino di Napoli, il Mucchio Selvaggio, Vanity, Frigidaire), scrittore, saggista, organizzatore di eventi, operatore culturale.
Le diverse occupazioni la costringono ad operare fuori città (Roma, Milano, Parigi...). Cos’è oggi Modena per lei?
«Modena, dove la qualità della vita è ancora importante, è la città dove allontano le mie tensioni di lavoro. Mi permette di vivere in maniera umana rimanendo collegato con il mondo. Sto infatti lavorando con la Francia e sviluppando un progetto americano e uno italiano. Modena, però, si è appiattita dal punto di vista culturale. Si pensa più all'intrattenimento. La cultura non può avere sempre un riscontro immediato. Deve far crescere anche fenomeni che sembrano meno da applausi, ma che nel tempo possono costituire dei sistemi. Modena non ha sempre la capacità di sfruttare ciò che si fa. Se il Festival della filosofia diventasse anche una casa editrice e tutti gli anni pubblicasse le tendenze delle filosofia mondiale, sarebbe un progetto visto e seguito in tutto il mondo. Ma l'evento sembra orientato sull'intrattenimento. Più che proporre delle tematiche si dovrebbero interrogare sulle visioni del futuro. È quello che fecero per tanti anni Pino Paioni e Umberto Eco, presso il Centro di Linguistica e Semiotica ad Urbino a cui io collaborai negli anni formativi vedendo crescere attorno, molti di quelli che oggi, sono leader a livello internazionale nei vari campi».
Delle sue tante attività qual è oggi quella che privilegia?
«Quando si pensa di avere qualcosa da dire si cerca con forza la disciplina adatta con cui esprimerla. Sono invidioso di quelle persone che trovano subito il loro zen. Io al contrario ho spaziato dal teatro alla scrittura, dal cinema alla televisione, dal digitale al cartone animato, cercando la “mia” strada. Amo e perseguo un iperlinguaggio che ha tutti i linguaggi in sé. La scrittura è la cosa che più mi è congeniale, perché mi permette di non delegare, non frammentare i mondi che sto costruendo e, soprattutto, di costruirli in maniera molto economica, cosa che non accade con il cinema o la televisione, i video giochi e un certo teatro tecnologico…».
Preminente è ora il lavoro di regista...
«Lo spettacolo “Magna Grecia...” è nato quasi per caso. Un bando della Comunità Europea richiedeva un progetto che avesse un forte valore e impatto territoriale sulla Lucania. Un progetto assegnato, per concorso, alla Fondazione Solares di Parma, di cui Kusturica è presidente onorario, che aveva anche pensato di farci la regia, ma non riuscendo a finire il suo film in tempo, mi chiese di realizzare un grande spettacolo nella nuova e magnifica Arena Sinni. Emir è rimasto il direttore artistico con cui mi sono confrontato molto spesso. Così ha avuto origine il progetto iperteatrale, presentato in uno di quei luoghi che ti fanno parlare col Dio dello Spettacolo, quelli che Spielberg chiama “Cattedrali dell'intrattenimento del XXI secolo”. Immagini cinematografiche interagiscono con il palco, la danza, un mostro in tridimensione alto 20 metri, muri led, laser che intervengono sul territorio stesso, schermi d’acqua... Sono necessarie tante conoscenze da fondere. E non basta quindi una regia. La mia è una “metaregia”, cioè faccio il regista globale dei registi locali: quello tecnologico, quello teatrale, quello del suono e quello delle luci... Una macchina enorme, con 150 persone sul palco e fuori dal palco. La Magna Grecia era perfetta per unire questa “nuova sintesi”, un vero tesoro di contenuti».
Ora l'attende anche l'opera filmica “Verdiana”...
«L'idea di questo film risale a cinque anni fa, quando collaboravo con La Fenice di Venezia. Il sovrintendente del tempo, Giampaolo Vianello mi chiese un progetto per le celebrazioni Verdiane. La mia idea prevedeva di prendere tutti i personaggi di Verdi, metterli insieme in tempo reale in modo non storico, facendo interagire attraverso loro tutte le musiche. Fare, quindi, un grande “mélange”. Incontrai Andrea Gambetta, attuale presidente della Fondazione Solares, che mi portò da Kusturica che trovò fantastico il progetto. C'è già il contratto: il film potrà essere prodotto e girato nel 2018, per far combaciare la disponibilità degli attori».
A Modena c'è un personaggio che potrebbe prestarsi a rappresentazione teatrale o cinematografica?
«Ciro Menotti è molto epico, un personaggio di alto livello. Allora era considerato come un bandito o un pazzo. Oggi ci rendiamo conto che era un visionario, vedeva l'Italia dove altri non vedevano che alberi e case... Un'altra storia straordinaria è quella dei nostri partigiani. Senza dimenticare Enzo Ferrari, un colosso; Pavarotti, degnissimo di un film internazionale che celebri l'arte dell'opera attraverso un grande tenore. Credo proprio che Nicoletta ci stia pensando da tempo».
Negli anni '90 la sua attenzione era rivolta alla scrittura, con libri che hanno fatto storia per il loro carattere trasgressivo. Il primo romanzo su carta è “Hitler Warhol Experience” (1993), una Pop Hard Opera, un romanzo dissacrante. Quale rottura apporta?
«È un romanzo particolare, estetica punk, non lo corressi, era uno tsunami fonetico. Ha venduto quasi 15mila copie, tantissimo per la piccola editoria. Divenne un libro molto apprezzato soprattutto dagli artisti. Alcuni casi che mi sorpresero furono: Manfredi, pittore molto amato in Francia, fece una mostra al Beaubourg di Parigi, sostenendo pubblicamente che lo aveva ispirato il mio libro. In un articolo di Andrea Zingoni ribadito in seguito da Loredana Lipperini, entrambi su La Repubblica, parlarono di un romanzo che ha ispirato una generazione di scrittori. L'americana Yale University gli riservò una lezione singola durante un convegno internazionale sulla letteratura italiana moderna. È stato definito un anticipatore ispirante della stessa letteratura “cannibale”, vennero creati all'epoca alcuni circoli di lettura col nome del romanzo...».
Non meno singolare è “Ra-Dio” che inaugura la narrativa in ipertesto...
«È il romanzo che la Treccani definisce come primo esperimento italiano e forse europeo di letteratura digitale. Ciò mi ha dato molta visibilità. Oggi è tutto ipertesto. Per me la letteratura su carta era come il treno, ci cammini in lungo, vagone dopo vagone, ma linearmente. Quella digitale è invece come il satellite, che vede il tutto come primo impatto. Dove lo scrittore è una molecola tra miliardi. All'epoca trovai un software che mi permise di collegare pagina a pagina senza un ordine lineare prestabilito. Un mappa del romanzo da aprire con cui decidere da dove partire. Tutte le parole erano collegate in modo da offrire al lettore diverse direzioni a seconda della partenza. Per l'epoca un effetto speciale alieno. E citando Marcel Duchamp, che si era accorto che le ruote della bicicletta erano un oggetto d'arte meraviglioso che nessuno vedeva più vedendolo in continuazione, pensai che la proliferazione romanzesca era tale che il “vero romanzo” non poteva più essere quello che si leggeva su carta, ma lo diventava il floppy disk. Al lettore chiedevo di non aprirlo, di tenerlo come “ready made” della nuova letteratura in mutazione digitale. Un virus da non liberare aprendo il file che lo conteneva. E come tale venne esposto nel 1995 al Beaubourg in una collettiva d'avanguardia».
E il pamphlet “Berlusconi è un retro virus” dove si legge che “lui è il trionfo dell'individuale e dell'indivildualismo... La sua biografia sta diventando una mitografia”...
«Era la fine del 1994. I retrovirus stavano sconvolgendo il mondo. Scoprii che il meccanismo di contagio di quella nuova forma virale assomigliava in modo incredibile al come la TV era penetrata nell'inconscio collettivo. Tutto diventava “racconto” a discapito del reale vissuto personalmente. Un racconto pubblico e condiviso. I suoi pubblicitari capirono che se Berlusconi fosse riuscito a trasformare in una forma di narrazione pubblica la propria comunicazione personale avrebbe vinto. Alle gente piace il mondo in cui la fai entrare come turista. Il critico cinematografico Enrico Ghezzi mi disse che andò a vedere una partita del Milan e che la guardia del corpo di Berlusconi aveva in tasca il mio libro. L'anno dopo mi chiamarono a lavorare, per consulenze, al Centro di Ricerca di Mediaset. Erano tutti di sinistra e votavano PDS. Una parte del romanzo venne pubblicata sull'antologia americana “Digital Delirium”, curata da Arthur Kroker, con Jean Baudrillard, Paul Virilio, Bruce Sterling, Hakim Bey, e moltissimi altri da tutto il mondo, io ero l'unico italiano, un onore».
In che direzione va il romanzo oggi?
«Verso una fusione di tutti i linguaggi possibili e immaginabili nello stesso contenitore. Senza Storia o Geografia, senza identità reale o lingua nazionale. Si va verso un linguaggio di linguaggi, di storia di storie, dove Batman incontra (per ora) Superman, ma in futuro forse Putin o Che Guevara, o Eminem. Tutto è zero e tutto è uno. Il digitale è come l'iconscio. Nulla è impossibile, la vita diventa sogno vissuto a occhi aperti. I nuovi eroi sono quelli nati in questo autentico universo parallelo. Non è un caso che per i miei due figli, Enrico e Serena, cantanti e commentatori che nascono su youtube sono i riferimenti REALI».
Il linguaggio come è cambiato nel tempo?
«Oggi non si parla più una lingua dettata dalla conoscenza della grammatica, ma dall'uso quotidiano in cui se serve una parola francese, inglese, o una inventata da un amico per esprimere uno stato d'animo, lo si fa senza senso di colpa. La mia poetica tende quindi a collegare tutti i linguaggi possibili realizzando in arte quello che in linguistica si chiama 'pidgin', un uso locale di una lingua globale, distorcendola. Una sorta di “crossover”. Nel caso del mio spettacolo, Magna Grecia, si tratta di prendere tutti i sistemi di rappresentazione possibili e metterli insieme per raccontare una storia, attraverso diverse forme di linguaggio colpendo differenti sensi, meravigliando».
Il suo linguaggio è stato giudicato “eretico”. Quanto fondamentale è stato il rapporto con Umberto Eco?
«Eco era l'uomo più erudito al mondo con la mente più aperta in assoluto. Vedeva nel buio. Ha fatto capire quello che avviene tra i grandi sistemi, come per esempio la moda e il cinema, la lingua e l'alimentazione, che non sono staccati, ma “parlano” tra loro. Da lui ho appreso la capacità di leggere in tutto questo».
C'è uno scrittore che le piace in modo particolare?
«A me piace ciò che mi emoziona. Philip K. Dick, Kurt Vonnegut, James Ballard, Alan Moore, Stanley Kubrick, Tatì, il primo Fellini… Ogni cosa è scrittura. Non importa se la vedi su pagina. Il romanzo di oggi sta nella capacità del lettore di collegare gli elementi sparsi ovunque. Vedo nelle nuove generazioni dei segnali molto importanti, sia a livello registico che narrativo. Ma in questi decenni il mondo anglosassone ci ha surclassati nella progettazione di mondi narrativi. In Italia c'è poco, uno potrebbe essere Valerio Evangelisti, uno scrittore straordinario, per costruzione storica dei suoi romanzi. La scrittura è popolare perché è semplice, ma le sue storie sono particolari per complessità e costruzione. Lo dico perché il mio limite è che non riesco ad essere così semplice per raggiungere un grande pubblico, anche se ogni tanto è accaduto. Una volta quando ho diretto per tre anni la produzione e l'ideazione dei video giochi che la Ferrero metteva in rete usando un codice che si trovava negli ovetti di cioccolata: per due anni (2002 e 2003) 15 milioni di giochi in rete contro i cinque e rotti della Disney in quello che venne considerato il più riuscito brand game project nel mondo. Sviluppai per Claudio Bonivento e la Numero Uno International “Extralarge” con Bud Spencer, collegando la produzione italiana con Michael Mann che ci diede la troupe di “Miami Vice” e un attore Philip Michael Thomas come partner di Bud, per girare la prima serie».
E a Modena?
«A Modena si toccano, ad oggi, corde che non sono le mie. Modena si è appiattita molto, produce poco, il dialogo tra le istituzioni e le generazioni più creative è sempre dall'alto verso il basso. Mentre internet ci ha dimostrato che è dal basso che le pratiche diventano istituzioni, abitudini...».
LA SCHEDA
"L'imprinting di umberto eco"
Lorenzo Miglioli, modenese ma nato a Bologna nel 1960, si è diplomato presso il liceo scientifico Tassoni e, in seguito, ha studiato per un anno negli Stati Uniti Antropologia culturale. Tornato in Italia si è laureato in Sociologia con specializzazione in Semiotica presso l'università di Urbino, dove per due anni ha lavorato insieme ad Umberto Eco al Centro Internazionale di Linguistica e Semiotica. Da ragazzo ha collaborato con radio private (Radio Modena, Punto Radio di Zocca), poi con la Gazzetta di Modena curando una serie di nove racconti di autori più o meno esordienti; nel 1995 ha ideato la prima Fiera Multimediale ed è co-fondatore, con Luca Gozzoli e altri, della rete civica MO-NET, Modena Network. Dopo la laurea ha vissuto a Londra, nei pressi di Hyde Park. Ha realizzato un lavoro teatrale che si chiamava “Minimali”, insieme a “Taxi de Moon” ed altri, che fu definito nel 1984 il primo esperimento di cyber-teatro al Festival di Polverigi. Inoltre ha collaborato come giornalista con Panorama, L'Europeo, il Manifesto, il Mattino di Napoli, Frigidaire, The Face... Successivamente ha lavorato nel campo della televisione, in RAI, e in quello della radio, per poi approdare al cinema, come produttore creativo. Si è dedicato alla scrittura. In contemporanea ha scritto il primo romanzo su carta e il primo romanzo in ipertesto: “Hitler Warhol Experience” e “Ra-dio”. Dopo il grande successo di quest'ultimo ha realizzato il pamphlet “Berlusconi è un retro virus”. È sceneggiatore e collaboratore di importanti registi cinematografici e teatrali.
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