Una perizia psichiatrica per Armando Canò
Il 50enne che ha confessato di aver strozzato l’ex compagna Bernardetta Fella lasciandola in un frigo
Proseguono le indagini sull’omicidio di Bernardetta Fella, la donna di 56 anni trovata abbandonata in un frigo spento, nella cantina della sua abitazione in strada Nazionale per Carpi, strozzata dall’ex compagno 50enne, Armando Canò. La Procura di Modena - il caso è seguito dal pubblico ministero Katia Marino - ha intenzione di effettuare una perizia psichiatrica e incaricherà un consulente medico per accertare se Canò sia in grado di intendere e di volere.
La Procura sta inoltre valutando se avanzare la richiesta di incidente probatorio al Giudice per le indagini preliminari. Armando Canò venne subito rintracciato dopo il ritrovamento del cadavere ormai in decomposizione, era a casa della sua nuova compagna a Castelfranco e confessò in breve alla polizia il delitto che aveva commesso una settimana prima: «L’ho strangolata, l’ho uccisa con le mie mani». Ora è in carcere al Sant’Anna. Sin da subito il suo avvocato difensore, Barbiero, aveva palesato l’intenzione di richiedere una misura alternativa al carcere, in una apposita struttura psichiatrica, ritenendo ci fossero i presupposti dello stato di infermità del suo assistito.
Canò infatti, reo confesso, era da tempo un paziente del Sert e del Centro salute mentale dell’Ausl così come la sua ex compagna. Anzi, lui e Bernardetta si conobbero proprio in uno di quei centri ed iniziarono a frequentarsi. Lui, appena uscito di prigione per un furto, era domiciliato presso l’abitazione di “Betta” perché lei lo aveva accolto. Poi, per anni, la loro storia era diventato un susseguirsi di violenze, di reciproche accuse, di litigi. Betta, depressa e malata ma autosufficiente, si confidava con le amiche, con le persone con cui faceva ore di volontariato e raccontava che lui la picchiava, che veniva in casa e le che le rubava soldi e piccole cose. Le forze dell’ordine erano ormai “abituate” a quelle chiamate. Una sola volta ci fu un episodio di violenza che finì in denuncia per lesioni.
Accadde quattro anni fa, per Canò è stata avanzata una richiesta di rinvio a giudizio. Per chi conosceva Betta non era stata quell’unica volta, ma le denunce venivano ritirate, le liti violente finivano per avere come movente la sparizione di un maglione, di altri piccoli oggetti. E una volta era lei ad accusare, l’altra volta era lui. Anzi, come ebbe a dire al suo avvocato difensore, Canò perse la testa accecato dall’ira perché la donna non voleva che lui se ne andasse, voleva cercare di ricucire il rapporto mentre lui era proprio in cantina per prendere delle sue cose e portarsele via, dalla nuova donna con cui aveva la relazione.
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