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Stefano Caleffi: «Ci siamo rinchiusi in un magazzino»

Stefano Caleffi: «Ci siamo rinchiusi in un magazzino»

Era seduto al ristorante, a circa 400 metri dalla tragedia quando ha visto un fiume di gente corredere disperata. Il mirandolese Stefano Caleffi, 53 anni, si trovava a Nizza per un viaggio di lavoro,...

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MIRANDOLA. Era seduto al ristorante, a circa 400 metri dalla tragedia quando ha visto un fiume di gente corredere disperata. Il mirandolese Stefano Caleffi, 53 anni, si trovava a Nizza per un viaggio di lavoro, lui libero professionista specializzato in servizi alle imprese. Per puro caso non si travava sulla Promenade e ora deve ringraziare il ritardo accumulato prima di cena. «Dovevamo sederci intorno alle 20 per poi andare a goderci i fuochi artificiali in mezzo alla gente - spiega mentre è in auto, già di ritorno verso l’Italia - ma alla fine ci siamo accomodati alle 21.30. È stato un bene. Al momento dell’attentato stavamo ancora mangiando quando abbiamo visto un’orda di persone che scappava mentre in lontananza si sentivano colpi di arma da fuoco. In quei momenti pensi a mille cose, a me è tornato subito in mente l’attentato di Dacca e all’assalto al ristorante».

La fuga travolgente è stata caratterizzata da un susseguirsi di solidarietà. «Eravamo vicini ad una porta d’emergenza - ricorda Caleffi - e ci siamo infilati lì dentro. Con il senno di poi non lo rifarei perché ci siamo trovati in un cortile interno, in un budello. Eravamo pressoché in trappola. E in quel momento è apparso un ragazzo napoletano che a Nizza fa il fornaio: ci ha aperto la porta di un magazzino di servizio e ci siamo rinchiusi. Sarà passata almeno mezzora prima di uscire.

La mente, quando non sai cosa sta succedendo all’esterno, corre e si fa mille scrupoli. C’è chi parlava di tanti terroristi armati e chi di un camion che aveva travolto tante persone. Non sapevamo, non capivamo e quindi eravamo soltanto in attesa. Quando si è avuto la sensazione di una presunta tranquillità siamo usciti e dal ristorante siamo corsi nel nostro albergo che dista qualche centinaio di metri. Sono salito in camera, ho acceso la televisione per provare a raccogliere qualche informazione e sono uscito in terrazzo. Solo in quel momento ho realizzato che c’era stato un attentato. Torno a casa volentieri perché non è piacevole, posso garantirlo, trovarsi in mezzo ad episodi simili, al centro di un evento che segnerà, ancora una volta, il nostro futuro».

Francesco Dondi

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