Gazzetta di Modena

Modena

Arrigo Levi, 90 anni con Modena sempre nel cuore

di Stefano Luppi
Arrigo Levi, 90 anni con Modena sempre nel cuore

Il giornalista ripercorre la sua carriera nata alla Gazzetta «Mio padre contribuì alla nascita della Scuderia Ferrari»

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MODENA. «Pronto casa Levi, sono Arrigo e ho la bella età di 90 anni, mi sento bene». Risponde così, con la solita voce squillante che aveva quando negli anni Sessanta su Rai1 fu il primo giornalista professionale a leggere il telegiornale, il modenese Arrigo Levi. Lo scrittore e giornalista risponde dalla sua casa nel centro storico di Roma e in questa intervista, in occasione dei 90 anni che compie oggi, ripercorre con la Gazzetta la sua vita e la carriera piena di tappe prestigiose.

Direttore come festeggerà i suoi novant'anni?

«Non lo so ancora, non ci abbiamo pensato. Starò insieme a mia moglie Lina, con cui vivo da non ricordo più quanto tempo, mentre mia figlia al momento è a Piacenza per motivi di lavoro. Certo, visto che da un po' non scrivo, qualcuno leggendo si chiederà: ma è ancora vivo Levi?».

Come va la sua giornata?

«È sempre molto piena, continuo ancora oggi a leggere i miei tre quotidiani preferiti, Il Corriere, la Repubblica e la Stampa perché voglio restare informato sempre».

Lei è di Modena, mi parli della sua famiglia.

«Apparteniamo alla comunità ebraica, mio padre Enzo era un importante avvocato che tra l'altro firmò i documenti che portarono alla nascita della Scuderia Ferrari. Mia madre Ida Donati discendeva da Donato Donati, mercante che arrivò a Modena da Finale nel Seicento e importò il grano saraceno nel Ducato Estense».

Lei viene spesso in città?

«Sì ogni tanto torno perché io e la mia famiglia abbiamo un rapporto antico con la Ghirlandina, Modena è un luogo dove si sta bene e non è molto cambiata rispetto al passato. Ci dividevamo spesso tra la casa di campagna e quella di città che ancora oggi è in corso Canalgrande di fronte all'hotel omonimo. Casa Levi è caratterizzata da un bellissimo cornicione antico, lo studio di mio padre era al piano rialzato, al piano nobile abitava mia nonna e noi figli, che eravamo sette, stavamo all'ultimo piano».

Lei lavorò anche alla vecchia Gazzetta di Modena, la "mamma" dell'attuale quotidiano.

«Sono passati molti anni e non ricordo bene, ma certo iniziai a lavorare lì quando ero a Modena. Negli anni Cinquanta c'erano con me Remo Luglio, il direttore Guglielmo Zucconi, Angiolo Silvio Ori».

Sono cambiati i giornali da allora?

«Non penso che i giornali locali siano cambiati più di tanto, continuano ovviamente a coprire una gamma di interessi che è pressoché universale dovendo raccontare l'intera città e provincia. Quando vengo a Modena lo compro sempre il giornale locale anche perché realizzarlo ricordo che era molto divertente».

Nel 2009 sotto la Ghirlandina ci fu una bella presentazione del suo libro "Un paese non basta" (Il Mulino) con l'allora sindaco Giorgio Pighi, Luca Cordero di Montezemolo, l'allora presidente della comunità ebraica Sandra Eckert e il compianto Edmondo Berselli. Cosa ricorda?

«Fu una bella giornata nella quale raccontai che divenni giornalista più per caso che per vocazione, ma avendo così la possibilità di essere testimone di tanti eventi del mondo, fortunati e infelici».

Lei ha avuto una carriera giornalistica lunghissima...

«Sì, sono vecchio (Levi ride seduto in poltrona, ndr.) e ho avuto tante esperienze a partire da Londra dove collaborai con la Bbc e con la trasmissione Radio Londra. Andai poi in Russia dove feci il corrispondente e poi rimasi alcuni anni a scrivere di quei temi».

Lei ha girato il mondo e negli anni Settanta ha diretto La Stampa in un'epoca in cui c'erano i terroristi che uccidevano magistrati, industriali, operai, giornalisti. Si può fare un paragone con il terrorismo di oggi?

«Confrontare i terrorismi di epoche diverse è sempre complicato e forse non così giusto, ma certo una similitudine sta nel fatto che il terrorista attenta a complicare la vita semplice, quella di tutti i giorni. Mette paura nella quotidianità e questa purtroppo è una matrice che si ripete».

Lei è stato per molti anni il consigliere al Quirinale del presidente della Repubblica, prima Ciampi e poi Napolitano fino al 2013.

«Sì ho avuto questo onore anche se non era un lavoro molto diverso da quello che ho sempre fatto. Molti credono che io fossi consigliere per la comunicazione, in realtà al Quirinale il mio era un ruolo a tutto campo, condividevo con il presidente la giornata lavorativa. Ruolo impegnativo».

Di cosa si occupava?

«Stare al Quirinale è una responsabilità quotidiana anche perché i presidenti che vi arrivano sono sempre persone di grande qualità e statura. Con Ciampi e Napolitano ci occupavamo dei problemi che riguardavano l'Italia, sono stati due ottimi capi di Stato, molto lucidi e attenti alle continue problematiche relative alla gestione del nostro amato Paese».

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