«Gli attentatori? È colpa della società non della religione»
Dopo Nizza, l’incontro di sabato all'ex Convento di San Rocco con Chaimaa Fatihi ha rappresentato un momento di drammatica attualità. Nata nel 1993 in Marocco, Chaimaa è cresciuta in provincia di...
Dopo Nizza, l’incontro di sabato all'ex Convento di San Rocco con Chaimaa Fatihi ha rappresentato un momento di drammatica attualità. Nata nel 1993 in Marocco, Chaimaa è cresciuta in provincia di Mantova e ora studia Giurisprudenza a Modena. Cittadina italiana di seconda generazione, musulmana, delegata nazionale dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia al Forum Nazionale Giovani, ha presentato il suo libro “Non ci avrete mai - Lettera aperta di una musulmana italiana ai terroristi”, tratto dalla lettera scritta all’indomani della strage al Bataclan. Chaimaa ha avvinto la platea con il sorriso e la fermezza delle parole.
«Non credo ci spetti rivendicare la nostra innocenza: non siamo colpevoli di essere musulmani, piuttosto, chi fa questi atti è colpevole di essere disumano. Rivendichiamo invece la nostra fede, che predica pace, uguaglianza, rispetto reciproco tra le religioni e, soprattutto, condanniamo questi accadimenti come esseri umani insieme a tutti gli altri esseri umani: se ci definiamo in qualche modo colpevoli di ciò che fanno i terroristi, li legittimiamo. Parlare di “terrorismo islamico” è sbagliato, si legittimano queste persone ad abusare di una religione: a ogni attentato o problema associato ai musulmani, o all’Islam in generale, vi è una sorta di abbattimento del percorso costruito e il ritorno a dover costruire daccapo le basi, cosa che è stancante e difficile. La richiesta continua di dissociarsi fa sì che qualsiasi risultato sembri non bastare mai».
Chaimaa ha adottato la filosofia del sorriso: «In realtà è arrivato col tempo, dopo il periodo più cupo, l’adolescenza. Mi sono chiesta chi io fossi ma, grazie a quel momento, ho potuto riscattare la voglia di dire sono quello che sono e non devo vergognarmi. Ho deciso di indossare il velo a dodici anni, spinta da uno studio ben preciso sul suo significato: mi affascinava vedere che era presente in altre religioni, in particolar modo pensavo a Maria, madre di Gesù, cosa che mi ha legato ai miei compagni di scuola. Il mio velo è ciò che sono io, mi fa sentire preziosa, è parte della mia identità e non è uno strumento di segregazione anzi, più andiamo avanti e più il ruolo delle donne musulmane è importante, nonostante retaggi culturali dettati da ignoranza o riti tribali estranei alla religione».
Per Chaimaa «ci sono tanti esempi da valorizzare, ma si guardano solo i momenti in cui le donne sono state zittite. Se le donne si unissero, avremmo un mondo migliore».
E prova a ricostruire. «Non è vero che Occidente e Islam non riescono a parlarsi: sono i governi e i politici che non ci riescono. L’integrazione è in atto, preferisco parlare di interazione che avviene non cercando di essere quello che non si è, ma preservando la propria identità nella pluralità, fonte di arricchimento reciproco».
È non è un problema di fede, ma di giovani: «Il vuoto interiore che essi provano – ha concluso - è dettato da una società che non dà risposte, né strumenti con cui riempirlo. Se lo si riempie con la violenza, ecco quel che succede».
Valeria Cammarota
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