Bassa, il processo Aemilia va in vacanza
La ’ndrangheta nel modenese. Dopo 21 udienze si riparte a settembre, con carte e indagati nuovi
Dopo 21 udienze il processo Aemilia, nel quale sono imputati anche i modenesi della famiglia Bianchini, va in vacanza.
Lasciando in eredità alla riapertura delle udienze numerose novità. A cominciare da nuovi atti di indagine, alla nuova notifica di oltre 20 avvisi di garanzia per nuove contestazioni ad imputati. E a numerose altre ombre, su aspetti dell’inchiesta che sembrano essere rimasti ai margini. Tra questi l’informativa che coinvolge il ministro Del Rio, ex sindaco di Reggio, cui una fonte informativa riferita dai carabinieri attribuisce la nomina di Maria Sergio (moglie del nuovo sindaco di Reggio, e oggi dirigente dell’Urbanistica a Modena) ad un patto elettorale con la comunità cutrese, quando lo stesso Del Rio si era candidato a sindaco.
Il dibattimento riprenderà a settembre, nell'aula bunker allestita a Reggio. Finora, nelle prime udienze, i fari del Tribunale sono rimasti ben puntati su prestiti ad usura, false fatture e frodi fiscali. Intimidazioni e attentati incendiari. Relazioni tra imputati e insospettabili della società civile specie reggiana, tra cui imprenditori, professionisti, persino appartenenti alle forze dell'ordine.
Il processo era iniziato il 22 marzo e ha già fornito materiale corposo sul quale riflettere sul radicamento della cosca cutrese in Emilia.
Il dibattimento riprenderà il 7 settembre e le udienze si svolgeranno ogni mercoledì e venerdì. A settembre si risolverà anche il nodo legato al presidente del collegio giudicante, il modenese Francesco Maria Caruso. Il magistrato sta per andare a presiedere il tribunale di Bologna e quando assumerà quell'incarico chiederà di essere applicato a Reggio per continuare a seguire il processo.
Le prime udienze del processo Aemilia si sono aperte con gli investigatori che hanno dato inizio all'inchiesta, i carabinieri di Fiorenzuola d'Arda, in provincia di Piacenza. Sono stati loro i primi ad accendere i riflettori su alcuni soggetti che a Reggio ai tempi godevano invece di appoggi importanti. I testimoni che si sono susseguiti hanno poi fatto comprendere il modus operandi delle aziende cutresi ritenute orbitanti attorno al clan Grande Aracri. Il cuore delle loro attività, prima ancora che le estorsioni o l'usura, erano le false fatture.
False fatture utilizzate per le frodi fiscali ma anche per consentire ad imprese reggiane di costituire fondi neri.
Il processo ha dunque confermato quanto ripetono da anni gli studiosi di criminalità organizzata: il radicamento mafioso non può essere spiegato con la metafora del virus che aggredisce un corpo sano. Piuttosto le mafie si fanno largo offrendo servizi alle imprese e stringendo patti con la politica (l'inchiesta ha messo in luce il coinvolgimento degli indagati in alcune campagne elettorali in provincia di Parma, ma quantomeno le perplessità non tradotte in imputazioni hanno attraversato tutta la Regione, incluso il modenese). Coinvolta anche una schiera di colletti bianchi e professionisti di varia natura. Come Antonio Gualtieri, di cui si è raccontata l'ascesa all'interno del clan, l'imprenditore Giuseppe Giglio, ora collaboratore di giustizia, al centro di una rete di imprese gestite da prestanome e collaboratori fidati, e Pasquale Brescia, proprietario del ristorante Antichi Sapori di Gaida, luogo deputato ad incontri con politici, esponenti delle forze dell'ordine ed amici. A settembre sono attese testimonianze importanti, come ad esempio quella dell'ex direttrice di Postaimprese di Reggio, dove sono transitati molti milioni di euro del clan.
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