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Suor Simona: «I giovani vogliono mettersi in gioco»

di Chiara Vecchi e Chiara Bertolotti
Suor Simona: «I giovani vogliono mettersi in gioco»

Dalla parrocchia di Gesù Redentore alla Polonia: «Esempi concreti per tornare a casa più generosi»

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CRACOVIA. Manca poco alla grande veglia col Papa. Tanti sono stati gli spunti di riflessione che ci sono stati dati: la centralità della misericordia, l'importanza del perdono, la felicità di vivere una vita piena e di andare avanti nonostante le difficoltà. Siamo con suor Simona Mazzetti, delle serve di Maria di Galeazza, guida del gruppo della parrocchia di Gesù Redentore.

Ormai il viaggio volge al termine, quali sono le cose che l’hanno più colpita?

«Devo dire che le cose che mi hanno colpito di più, fino ad ora, sono state la festa degli italiani di mercoledì e la visita ad Auschwitz. Ciò che ha reso bello il tutto è averlo vissuto come parrocchia: siamo partiti come gruppo e abbiamo fatto questa esperienza insieme. Un’esperienza molto forte per cui la possibilità di viverla insieme ci ha fatto capire che la risposta al male siamo noi, persone che vivono la fede contro ogni forma di violenza. La festa degli italiani è stata entusiasmante. Anche la visita a due santuari: abbiamo fatto un vero pellegrinaggio verso dei luoghi significativi, passare per la porta santa è il vero punto di contatto tra tutti».

E i ragazzi? Cosa pensa possa portare questo viaggio a loro, alla loro esperienza?

«Quello che uno coglie è che la fede non è un fatto privato, siamo uniti. La fede si contagia e si diffonde quando si trovano credenti convinti e gioiosi. L’aria di festa e accoglienza che si respira è quella che tocca di più. Credo che sia quello che da la risposta che la fede è qualcosa da vivere insieme, che ci sostiene a vicenda ed è la fonte di gioia e speranza per le persone. Quindi non colpisce solo la dimensione dell’evento ma anche il fatto che, nonostante siamo diversi e non parliamo la stessa lingua, siamo tutti guidati dal Papa che in questo ruolo di pastore è formidabile».

Per lei è la prima Gmg?

«No, ne ho fatte altre e mi piace mettere in evidenza gli elementi comuni tra le varie Gmg. Come capire cosa mi fa dire “sì, ora parto per la Gmg”. Quello che mi spinge è il fatto di farlo come animatrice e permettere a tanti giovani di partecipare a questa esperienza. È un evento che da tantissima carica, insinua la voglia di tornare a casa e di fare qualcosa. La gioia generale, le parole del Papa volte alla missione ti aprono il cuore e ti spingono a fare di più, ad avere sempre il sorriso come quando eri là. Vivere in un mondo diverso si può. In queste occasioni si fanno code incredibili per mangiare e andare in bagno, cose indispensabili a casa e che facciamo senza pensarci. Serve molta pazienza e, mentre a casa ci spazientiamo, qui si attende senza lamentarsi. Sembra banale ma non lo è».

Cosa vede nei giovani di oggi?

«Tanta voglia di verità e autenticità. I giovani si arrabbiano quando vedono ingiustizie e molti lottano perché le cose cambino. Però hanno voglia di esempi concreti e sinceri che portino avanti con fedeltà le loro scelte e quando vedono questo prendono la carica di agire. Un difetto è la pigrizia, l’accontentarsi di quel che viene senza avere prospettive troppo alte».

Cosa insegna la Gmg sul tema dell'accoglienza?

«La Gmg insegna che per accogliere serve estrema fiducia. Anche una disponibilità fuori misura, consapevoli che a volte si apre la porta a gente sia che lo merita sia no. Forse a volte siamo più contenti, forse a volte rimaniamo delusi. Vale la pena aprire le porte anche se si rischia, perché la generosità è l'unica cosa che ricompensa il cuore».

Cosa vede nei “suoi” giovani di Gesù Redentore?

«In loro vedo un gran senso di comunità e gruppo, sento la voglia di stare insieme e di pensare insieme alle cose belle. Vedo anche il desiderio di fare nuove scoperte e di mettersi in gioco quando ci sono cose che meritano».

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