«Chi giustifica i terroristi è indegno della comunità»
Anche a Modena c’è stato un aumento dei controlli delle forze dell’ordine: «Collaboriamo da sempre, tutti sanno che condanniamo gli episodi di violenza»
All’indomani della stretta sulla sorveglianza intorno alle comunità islamiche del territorio ci siamo recati in visita al centro islamico Al Rahman, il “misericordioso”, il più antico e popolato dell'intera provincia, per capire che aria tirasse fra i musulmani di Modena.
I NUMERI. Una comunità che conta circa 30mila credenti sparsi dalla pianura agli Appennini organizzati intorno ad almeno 12 centri islamici presenti nel territorio di Modena e provincia. Luoghi di aggregazione e di studio ma anche di culto e di preghiera. Oggi sono considerati punti sensibili il cui controllo verrà intensificato dalle forze dell'ordine nell'ottica di prevenire la radicalizzazione jihadista.
I CONTROLLI. Dopo la scia di sangue dell’ultimo mese compiuta dai “soldati” dell'Isis in Europa e nel mondo e dopo l’espulsione di un imam che predicava odio nella vicina Reggio Emilia, l’obiettivo qui a Modena è quello di aumentare la sorveglianza e i controlli nei luoghi di riunione dei musulmani. È un cambiamento importante per le relazioni fra musulmani di Modena e autorità pubblica: la polizia non presidia il centro per proteggerlo ma per tenerlo sotto costante controllo.
LA PREGHIERA. Il venerdì è il giorno del “jumma”, le orazioni collettive di mezzodì e del “khutba”, il sermone settimanale dell'imam pronunciato in moschea. La religione musulmana incoraggia le preghiere in congregazione soprattutto al venerdì, l'equivalente della domenica cristiana, giorno santo e di riposo nel mondo islamico. Fuori dal centro islamico Al Rahman, un ex capannone industriale riconvertito a centro islamico all'inizio degli anni '90, centinaia di fedeli dalle barbe lunghe e le tuniche bianche immacolate arrivano alla spicciolata. A qualche metro di distanza c'è l'entrata separata delle donne che, schive, scivolano velocemente dietro al paravento che divide le due zone. Molte portano l'hijab normale, quasi tutte sorreggono in braccio figli piccoli. Alle 13 il sole è alto, la temperatura supera abbondantemente i 30 gradi, a pochi passi dall’entrata stazionano alcuni ambulanti nordafricani. Vendono pane azzimo, menta e frutta fresca ma anche scarpe e abbigliamento. Restano immobili con il viso bruciato dal sole davanti ai loro banchetti. Il tempo sembra dilatarsi: questa zona della città si trasforma letteralmente al venerdì quando centinaia di musulmani si recano per il jumma assumendo l'aspetto di una “medina”, una cittadella islamica.
I PASSAGGI. In meno di un’ora passano davanti alla “moschea”, in ordine, un’auto dei carabinieri, una della municipale e una della polizia di stato. Il piazzale davanti alla moschea trabocca di auto e biciclette, nell’aria rarefatta di luglio rimbomba il richiamo alla preghiera, “l’adhan”.
IL CLIMA. Il clima fra i musulmani è cordiale: «Non abbiamo niente da nascondere, abbiamo sempre collaborato con le forze dell’ordine che ci tutelano: i terroristi colpiscono indiscriminatamente, siamo noi le prime vittime delle loro azioni atroci», dice Driss Wagueg, portavoce della comunità di via delle Suore.
LA CONDANNA. Intorno a lui, uscito dalla moschea per parlare con i giornalisti, si forma un capannello di musulmani perlopiù magrebini che ascoltano il loro portavoce. Il presidente, il vice presidente e il tesoriere sono tornati per le ferie in Marocco. Tocca al portavoce e all’imam, Mohamed Raoui, parlare a nome della comunità: «Nel sermone di oggi l’imam ha evocato la barbarie dei terroristi, soprattutto l'omicidio del prete francese in Normandia», dice Driss Wagueg.
La guida religiosa ha messo in guardia i fedeli dai pericoli dell'estremismo: «Chiunque abbia soltanto pensato che questo vile attacco è giustificabile per qualsiasi oscuro motivo non è degno di far parte della nostra comunità».
LA COLLABORAZIONE. L'imam ha parlato con il cuore nel khutba di venerdì condannando gli attentati attribuiti al jihadismo: «Non ci sentiamo sotto pressione, abbiamo sempre avuto frequenti contatti con le forze dell’ordine, con la questura e il comando dei carabinieri in particolare, ci conoscono tutti e in fondo sanno che siamo una comunità di pace», aggiunge Wagueg. Non tutti la pensano in questo modo, fra alcuni credenti c'è inquietudine per le possibili ulteriori stigmatizzazioni e generalizzazioni che rischiano di colpire un'intera comunità: «Io non ho niente da nascondere ma la polizia sta cercando nel posto sbagliato, non mi piace essere considerato un sorvegliato speciale solo perché credo e mi reco in moschea, chi commette questi atti abominevoli non frequenta di sicuro la moschea e non prega. Si tratta spesso di individui alienati incapaci di provare sentimenti: sono dei nemici dell'umanità e non dei fratelli che sbagliano», dice quasi sfogandosi un fedele marocchino che aggiunge: «Se un uomo bianco compie una strage nessuno si riferisce a lui in quanto cristiano, non riesco proprio a capire come mai a causa di un pugno di assassini siamo tutti chiamati in causa».
IL CONFRONTO. Appena qualche giorno fa un imam è stato espulso dal territorio italiano perché considerato un predicatore di odio. Pronunciava i sermoni in una sala di preghiera del vicentino e prima era incaricato delle preghiere in un centro islamico di Reggio Emilia. «Nei nostri Testi Sacri troviamo menzioni in merito a individui che credono di detenere qualche verità religiosa che usano per seminare morte e distruzione, fin dalla nascita dell’Islam il nostro profeta Mohamed ci ha messo in guardia da queste persone mosse da odio e risentimento: in Marocco sono previste pene molto severe e una lunga detenzione a tutti coloro che predicano una qualsiasi forma di Islam violento», spiega l'imam Raoui che tiene a rassicurare i modenesi: «Qui in città ci sentiamo inseriti socialmente, la nostra vita e il nostro futuro sono qui e i nostri figli sono nati in Emilia: come potremmo mai volere la distruzione e il male del paese che ci ha accolto e dato un lavoro?».
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