Processo Meta a San Felice, scaricabarile e...mister X
Sindaco e tecnico comunale rinviati a giudizio negano di aver scritto o visto gli atti al centro dell’inchiesta: chi li ha fatti?
SAN FELICE. Mister X, come nei fumetti. È l’ombra ancora indefinita che si delinea negli atti dell’inchiesta sul tragico crollo alla Meta, con i conseguenti reati di falso commessi negli atti pubblici - questa l’accusa vagliata dalla Procura e Gip - per coprire le responsabilità del Comune.
Atti complessi e per certi aspetti - le consulenze di parte - controversi. Atti invece chiari ed illuminanti nelle parole dei due imputati del Comune rinviati a giudizio: il sindaco e il capo dell’ufficio tecnico.
Siamo nell’unica inchiesta post sisma che sfocia in un processo penale. Davanti al gip i due hanno fornito versioni nella sostanza contrastanti, dicendo ognuno di non avere pensato e compilato il famoso documento emanato dal Comune di San Felice il 23 maggio 2012 che concedeva un rientro un po’ troppo “allegro” nelle aziende terremotate. Ma, volendogli credere, c’è appunto la terza via: quella di mister X, autore e regista di quei testi. Mai identificato nelle indagini, anche se a San Felice le ipotesi non mancano.
Testi, e non testo. Come si ricorderà, c’è quello “allegro” del 23 maggio, valido per tutti, che però nel fascicolo della Meta è scomparso. Quando due anni dopo i carabinieri hanno sequestrato gli atti, in quel fascicolo c’era un secondo testo, con la stessa data del 23 maggio 2012 e lo stesso protocollo, ma con un contenuto diverso. Un documento più rigoroso, che metteva al riparo il Comune dalla eventuale corresponsabilità nel decesso di tre persone, chiedendo maggiori garanzie e completezze per far riaprire la fabbrica.
Le parole di Castellazzi. L’ingegnere capo del Comune, Daniele Castellazzi, non ha voluto farsi interrogare dal Giudice dell’Udienza Preliminare, dottoressa Eleonora Pirillo. Ha rilasciato “spontanee dichiarazioni”. Nel fascicolo, compare così un verbale dove l’ingegnere si dilunga nel definire il suo ruolo dopo il 20 maggio 2012: definizione della zona rossa, assistenza ai vigili del fuoco, assistenza a una squadra inviata dalla Regione per i controlli agli edifici...
Il computer. C’è una prima frase chiave di Castellazzi: «Nella sede del Coc di via Casarino io non disponevo né di un computer né di una postazione fissa, i miei compiti si svolgevano sul territorio e nella sede del Coc operavano gli amministratori, i dipendenti del Comune, alcuni dipendenti dell’Ufficio tecnico».
Le richieste dei cittadini. «Ci venivano a chiedere che cosa avrebbero potuto fare per rientrare nei loro edifici e l’amministrazione aveva chiesto all’Ufficio tecnico se era possibile predisporre qualche provvedimento nel merito», dice Castellazzi.
Il documento “allegro”. «La mattina del 23 maggio mi è stato sottoposto il testo di un documento che aveva per oggetto “Verifica agibilità immobili…” a firma dell’amministrazione comunale che io ho letto e condiviso». Dunque il capo dell’ufficio tecnico (che non aveva pc, ed era in giro coi pompieri…) non ha pensato, elaborato e scritto il testo del documento. Il documento era a firma dell’amministrazione. Poi Castellazzi spiega che i cittadini potevano andare da un tecnico che concedeva una agibilità speditiva, che si potevano fare opere di messa in sicurezza, e che queste opere si potevano regolarizzare, dopo 7 giorni.
Ma alla Meta il terremoto è arrivato prima. Il geometra Claudio Terrieri depositò gli atti il 26 maggio. Martedì 29 la scossa uccideva sotto il crollo i due operai richiamati al lavoro nella fabbrica subito riaperta, e l’ing Bignardi, durante un sopralluogo.
La versione del sindaco. Interrogato dal pm Luca Guerzoni e dalle parti, il sindaco di San Felice Alberto Silvestri racconta sul punto un’altra verità. Facendo una premessa, che contraddice tante belle parole di quei giorni: «Non avevamo disposizioni di carattere organizzativo dagli enti sovraordinati, questo ci creava difficoltà, a fronte del fatto che avevamo una fortissima pressione della popolazione».
L’atto “allegro” del 23. «Ho condiviso l’obiettivo di quel comunicato… però di quel testo, visto che ero perennemente in giro, io non ho mai preso visione», confessa.
La conclusione. Siamo al bivio. Quell’atto il capo dell’ufficio tecnico l’ha condiviso, ma non lo ha scritto lui. E parla dell’amministrazione. Il sindaco ha condiviso l’idea, ma il testo non lo ha mai letto, tantomeno scritto.
L’interrogatorio. Il sindaco, interrogato da un legale della parte civile (avv. Termanini), aggiunge: «Quel documento fu redatto dalla struttura tecnica».
Termanini incalza: «Per struttura tecnica cosa intende?». «L’ufficio tecnico comunale, sì», risponde il sindaco.
Il secondo documento, quello “falso”. Per la Procura, che ha passato il vaglio del Gip, questoè un falso, inserito nel fascicolo Meta distruggendo l’originario, nel timore che ad un controllo fosse ravvisabile un concorso del Comune nell’omicidio colposo degli operai e di Bignardi.
Castellazzi. Se il capo ufficio tecnico disconosce la paternità del primo documento del 23, attraverso un’iperbole verbale difende il secondo, quello salva-Comune, ma al tempo stesso assicura che è quasi uguale al primo, quindi in buona fede: «Il giorno 25, rileggendo il comunicato, venne modificato nella sua seconda parte, per meglio esplicitare il concetto riguardo la realizzazione dei primi lavori di messa in sicurezza. Fu ritenuto pressochè identico al precedente, e venne mantenuto il medesimo protocollo del primo documento», assicura, citando il 25.
L’accusa. Detto che per la Procura non è affatto così, essendo evidente che con il secondo documento cambiano le responsabilità, le cose da fare e le competenze richieste per farle, Castellazzi sta provando a spiegare perché il documento non è mai stato messo sul sito internet del Comune (c’è ancora quello del 23 maggio 2012). D’altra parte, non risulta che nessuno (al netto della Meta) sia stato mai richiamato indietro per modificare gli atti presentati tra il 23 e il 25, alla luce del nuovo documento: «Venne distribuito dai miei colleghi ai tecnici che chiedevano istruzioni e si affacciavano al Coc - dice però Castellazzi - Mai e dico mai c’è stata la volontà di modificare questo comunicato dopo il 29 maggio, per alleggerire una posizione di colpa».
Il sindaco. Smentisce la Procura e il suo consulente, prof Trombetti, negando di aver fatto alcuna modifica dopo il 29 negli atti Meta. Ma a quel punto il pm Guerzoni nell’interrogatorio stringe i bulloni: «Visto che ne parla lei di questa modifica, come è avvenuta?».
E il sindaco perde sicurezza: «Io non avevo appreso la modifica… della modifica, se non quando mi fu notificata da lei dottor Guerzoni… e quindi non ero a conoscenza nemmeno che la modifica fosse stata effettuata, per cui non saprei risponderle…».
«Quindi della modifica lei non sa niente», rincara il pm.
«Della modifica io….».
«Non ha mai saputo niente», conclude Guerzoni.
«No, ne ho appreso, appunto, quando…».
«Allora perché adesso mi dice che non è stata fatta per evitare le responsabilità del primo?», attacca il sostituto procuratore.
Il sindaco sembra in un angolo, ma alla fine riesce a dire che ha appreso della questione solo dagli atti processuali. E poi però sentenzia: «La modifica fu fatta il giorno 25 di maggio, quindi due giorni dopo la redazione del primo comunicato».
Parole che stizziscono il pm: «Però io qualsiasi cosa le chieda di questo provvedimento motivato lei non lo sa»… «cioè se è stato messo su internet, da chi è stato messo…».
Silvestri: «Ero in giro per il Comune… Anche quello modificato…».
«Quindi non ne sa niente, non ne ha mai saputo niente, fino a quando non le è arrivata la contestazione», taglia corto Guerzoni. Il sindaco: «Esattamente».
Concludendo. Il sindaco era il vice commissario straordinario delegato da Errani, era ed è pure assessore alle attività produttive (“sviluppo economico”). Quel 23 maggio si decideva del documento che riapriva le attività produttive di un paese intero, ma lui il primo documento non lo ha letto e del secondo non sapeva nulla. Era in giro...
Castellazzi dice invece che il primo documento non lo ha elaborato, lasciando intendere una partecipazione nella stesura del secondo, quello meno “inguaiante”, su cui però mette una data salva-Comune, che per la Procura è un bluff. Sul presupposto che siano innocenti (il sindaco si è dichiarato tale, una “innocenza per ignoranza”, si scopre ora), qualcuno quei documenti, soprattutto il primo così scomodo e disconosciuto, deve pur averli pensati e scritti. Non è solo questione da processo penale - che farà la sua strada - ma di verità. In senso assoluto. (a.setti)
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