Modena. L’abbraccio tra cattolici e islamici per dire «no» al terrore
La Casa della Saggezza e l’associazione Milad nella chiesa di don Paolo Boschini, prete di frontiera: «Dicono che a Modena non ci sono più i numeri per accogliere? Io metto a disposizione casa mia»
MODENA. La semplicità del bene. Cattolici e islamici fianco a fianco in chiesa è una risposta al terrore. A Modena l’abbraccio tra fedeli di religioni diverse avviene nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata. Il primo a tendere le braccia è don Paolo Boschini.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:modena:cronaca:1.13902535:Video:https://video.gelocal.it/gazzettadimodena/locale/l-abbraccio-tra-cristiani-e-musulmani-nella-chiesa-della-beata-vergine-addolorata/62107/62557]]
Alle 10.30 è già pronto davanti alla sede di via Guido Rangoni. La Diocesi ha scelto di puntare su di lui, prete già minacciato dalla camorra. Conosce gli atti intimidatori ricevuti dall’associazione interculturale Milad dopo il fallito golpe in Turchia. La presenza di Bahar Turk in rappresentanza del gruppo è «un regalo grandioso». Con loro anche la Casa della Saggezza. Don Paolo ha sofferto per la morte di padre Jacques Hamel, ucciso da due terroristi in Francia durante una celebrazione. Il suo caloroso abbraccio ai rappresentanti dell’associazione Casa della Saggezza è forte come un calcio di karateka. Un colpo che distrugge l’accostamento dei gesti di morte alla religione islamica. «Soffriamo nel vedere l’Islam colpevolizzato da responsabilità che non ha - assicura don Paolo - appartenenti a piccoli gruppi che niente hanno a vedere con le religioni». Davanti al sagrato, in chiesa prima e durante la funzione c’è una parola ripetuta più volte: accoglienza. La propone anche per i nuovi profughi in arrivo a Modena. «Mettiamo insieme le forze per accoglierli - incoraggia il sacerdote - A Modena non ci sono più i numeri per l’accoglienza? Accogliamoli noi. Io posso mettere a disposizione la mia casa». Il sentimento è però un fiore che rischia di non sbocciare. Come nella parabola del seminatore, ha bisogno di un terreno fertile per crescere. Un rinfresco offerto in un tavolo, un abbraccio lontano dal protocollo, un applauso spontaneo, una risata condivisa all’esclamazione di un bambino. Sono tanti i momenti che rendono il prossimo membro della stessa comunità: l’umanità. Così l’altro non è più lo straniero, come ricordava San Paolo ai colossesi già due millenni fa. «L’unica risposta è fare rete - spiega ancora il parroco - ed essere ospitali gli uni con gli altri, seminando pensieri e azioni di pace. Dobbiamo fare tutto il bene possibile, altrimenti vince il risentimento». Tanti altri «messaggeri di pace», come li ama definire lui, s’alternano in chiesa. «Occhio per occhio servirà solo a rendere tutto il mondo cieco» è la scritta che si legge a fianco dell’ingresso. Una frase pronunciata da un uomo che ha lottato con forza per la pace pur non vincendo mai il Premio Nobel a essa dedicata. Una figura induista il cui pensiero non stona in una bacheca di una parrocchia: Gandhi. «Oggi è un giorno storico - aggiungerà una voce in chiesa - perché ci sono due tipi di persone che si uniscono per fare una comunità sola». Appartiene a un giovanissimo e riecheggia durante una preghiera dei fedeli lontana dai canoni tradizionali. Poco più lontano, alcuni minuti dopo, due bambini ridono spensierati. Il loro colore della pelle è diverso e non importa. È rilevante, invece, creare ponti e non steccati perché il loro futuro sia migliore del presente. Il passato è fatto di tante «vittime innocenti», come ricorda don Paolo. Nell’omelia emerge con forza un’altra idea da difendere: condivisione. «Abbiamo Abramo e ancor prima Adamo ed Eva come antenati comuni - ricorda il parroco - siamo figli di una famiglia». Le divisioni tra fratelli emergono pure nel quotidiano. Tuttavia, la risposta emerge dal confronto. Anche nel dolore e nei momenti difficili? Anche, anzi soprattutto. «La debolezza è la condizione del dialogo», assicura don Paolo, citando Henri Teissier, arcivescovo emerito di Algeri. Ecco nascere «un dialogo più profondo con i nostri fratelli islamici», riprende il parroco. D’altronde, aggiunge il sacerdote, «non è possibile un dialogo quando si parte da una posizione di forza». Un ostacolo da abbattere? Le categorie, soglia dei pregiudizi. L’autocritica può far bene. «Noi europei siamo troppo ricchi - spiega il prete - e abbiamo derubato l’umanità. Abbiamo portato le nostre armi, i nostri difetti, i nostri vizi in tanti Paesi». La missione diventa cancellare gli errori e costruire ponti laddove ci sono divisioni. «La ricchezza dell’uomo è nell’eredità ricevuta da Dio», riconosce don Paolo. Un messaggio universale. «Tanti uomini e tante donne si rivolgono con altre parole all’unico Dio», ricorda prima di recitare il Padre Nostro con gli altri. Qualche decina di minuti prima erano riecheggiati dallo stesso luogo un’armoniosa preghiera in arabo e una riflessione sulla divinità offerta da Bahar. Messaggi che restano come un’eco nel cuore dei presenti, quale che sia la religione. La cerimonia finisce. Cosa si può fare ora? «Cogliere e far fruttare la comune eredità umana», suggerisce don Paolo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
