Crollano i prezzi: il Lambrusco piange Alleanza tra cantine
Intesa di partnership tra sei grossi nomi della cooperazione che vinificano 2,1 milioni di quintali, il 90% della nostra uva
Preceduta da una burrasca politica, la tempesta perfetta sul lambrusco è scoppiata nel momento peggiore.
Nel biennio in cui si piegano due economie in crescita per le esportazioni del vino modenese, la Russia per le sanzioni dopo il caso-Crimea e il Brasile per il crollo delle materie prime, le terre tra Panaro, Secchia e le colline verso Reggio sono inondate da una crisi di sovrapproduzione. E dopo i 1670 ettari che hanno ottenuto una fresca licenza di produzione grazie agli acquisti di licenze d’impianto da fuori regione, ecco che le cantine più grosse corrono ai ripari. Le soluzioni? La più urgente è quella di un contenimento dalla vigna, a partire dallo stoccaggio immediato del 5-10% e quindi una parte significativa non sarà commercializzata immediatamente.
«In base all’andamento del mercato - spiega Carlo Piccinini, presidente di Confcooperative Modena e vicepresidente della Cantina di Carpi - decideremo se liberarlo o declassarlo a vino da tavolo. I prossimi passaggi saranno quelli di una mappatura più dettagliata dei dati di produzione e stringeremo i freni sulle falsificazioni con norme più vincolanti di quelle che regolano l’Igp».
Per dare un’idea dei prezzi che corrono sul mercato, anche se parliamo sempre di quello che viene venduto sfuso nelle cisterne, i più prudenti parlano di una diminuzione del 30%. Tradotto in moneta significa 60 centesimo il litro, sempre come media mediata. Nelle vigne si guarda con preoccupazione alla prossima vendemmia che non beneficerà, come quella appena passata, di prezzi di partenza più alti; la differenza tra i 40 euro al quintale e i 30 che potrebbero delinearsi nello scenario peggiore significa la sopravvivenza per le 8 mila aziende agricole che conferiscono il prodotto alle sei cantine alleate.
«La battaglia che abbiamo davanti non può essere solo sul prezzo, saremmo perdenti - incalza Claudio Biondi (Civ e Riunite) - Ci sarà sempre qualcuno che vende a mano. Dovremo fare di più sulle catene della grande distribuzione, che in breve sostituiscono un vino quando ha un piccolo calo nelle vendite e cercare soprattutto nuove frontiere per le esportazioni».
Chi sono dunque i pionieri della nuova alleanza tra produttori e trasformatori?
La Cantina di Carpi e Sorbara, la Cantina di S.Croce di Carpi, Cantina Formigine Pedemontana, Emilia Wine di Scandiano, Riunite e Civ di Campegine e Cantina Sociale di S.Martino in Rio) lavorano tutte assieme oltre 2,1 milioni di quintali d’uva, ovvero il 75% delle uve lavorate dalla cooperazione, il che vale a dire anche il 90% delle uve modenesi e reggiane.
Con un documento d’intenti siglato ieri dai produttori più importanti del mondo cooperativo, aderenti a Confcooperative e alla Lega, si sono messi i paletti per un’inversione di tendenza. L’obbiettivo finale?
«Non escludiamo di valutare il passaggio dell’intera produzione a Dop» dicono i promotori. «Certo, anche il disciplinare ha il suo peso - sintetizza Davide Frascari (Emilia Wine e Consorzio Vini Emilia - In pianura oggi arriviamo anche a 290 quintali di uva per ettaro, in certe condizioni ma una soglia di 230 potrebbe essere un compromesso valido per un’ipotesi di autodisciplina. Altrimenti avremo la corsa agli impianti con il lambrusco a 50 euro a quintale e quella inversa all’espianto se crolla a 20 euro».
Saverio Cioce
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