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«Mi tenevano schiacciato sotto la sedia»

«Mi tenevano schiacciato sotto la sedia»

San Felice. L’82enne aggredito e sequestrato dai 4 rapinatori slavi: «Azione bestiale, pensavano fossi un imprenditore»

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SAN FELICE. Pierpaolo Manfredini resterà ricoverato in ospedale finchè non saranno escluse complicanze delle numerose tumefazioni provocate da pugni e schiaffoni, e finchè non sarà riassorbito l’ematoma interno alla nuca, provocato dal pestaggio dei quattro slavi che l’altra notte hanno sequestrato lui e la moglie. Un pestaggio di quasi due ore, perché consegnasse le chiavi di una cassaforte inesistente.

Ieri nella stanza in cui è ricoverato sotto stretta osservazione ha ricevuto la visita degli amici, raccontando nuovi particolari dell’agghiacciante rapina, sulla quale stanno indagando i carabinieri di San Felice con i colleghi del nucleo operativo della compagnia di Carpi.

«Ricordo che quando ho aperto la porta, per calmare il cane che abbaiava già da un’ora e passa mi sono trovato davanti una torcia che mi puntava in faccia. Ho puntato anch’io quella che impugnavo, e mi sono sentito colpire. Un uomo mi teneva una mano sulla bocca, un altro mi ha preso per il collo, ho ancora il dolore forte...», spiega Manfredini che a 82 anni ha ripreso conoscenza dopo lo stato di choc iniziale.

«Ho reagito istintivamente, ricordo di avere colpito alla pancia uno di quegli uomini. Ma erano in quattro. mi hanno rovesciato e trascinato in casa. Quando mi hanno sbattuto per terra ho sentito anche un colpo alla nuca. Mi sono messo la mano e sanguinavo. Mi hanno dato almeno tre punti, e i medici mi hanno spiegato che c’è stato un versamento interno di sangue».

Manfredini ricorda che uno dei quattro ha preso una sedia e gliel’ha messa sopra al corpo, sedendoci sopra. E ricorda i ceffoni, i pugni perché svelasse dov’era la cassaforte: «Come delle belve, hanno rovesciato tutto in casa. Il capo, quello che ha sequestrato mia moglie in camera da letto, è sceso e mi mostrava una chiave, chiedendomi dove fosse la cassaforte...».

Un’ora e mezza così, un tempo che Manfredini ricorda confusamente, a causa del trauma cranico. Ma ha in mente che vestivano con le tute della Edil Pozzi, l’azienda del cognato che la stessa banda aveva preso di mira la notte precedente, nell’edificio confinante.

«Penso che cercassero la cassaforte che non avevano trovato da mio cognato. Hanno creduto forse che anche lui abitasse a casa mia e hanno pensato di trovarla qui, la cassaforte».

Ma la convinzione dei Manfredini è che la banda conoscesse un po’ le vittime e la famiglia.

«Tra di loro parlavano slavo - ricorda l’ex camionista, oggi volontario nell’associazionismo sportivo a San Felice - sono pressochè certo che fossero moldavi». (a. setti)

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