Salvate le memorie del soldato Lodesani morto sull’Isonzo
La famiglia ha conservato e divulgato il diario del fronte Il nipote Enzo: «Divise il pane con un prigioniero trentino»
Mario Lodesani era un ragazzo del ’95 quando partì per il fronte allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Trincea, gelo, malattie e ferite prima di essere rimpatriato a Modena per pochi mesi, in un ospedale militare. Riuscì a sposarsi giusto in tempo prima di ripartire, nel giugno 1916.
Sul monte Sabotino, esattamente un secolo fa, fu ferito l’8 agosto e morì dopo tre giorni di agonia, l’11 agosto. Oggi le sue ossa riposano alle porte di Gorizia, nel cimitero militare di Oslavia, a poca distanza da dove perse la vita. A Modena il suo nome è inciso assieme a quello degli altri 7.300 caduti in quel conflitto, sulle pareti del Tempio Monumentale, la chiesa costruita nel 1923 in piazza Natale Bruni. Il suo sacrificio viene oggi rievocato dal nipote Enzo, 72 anni, che vive a Ravenna.
«Mio nonno - dice - è uno dei tantissimi giovani italiani che furono sacrificati per la conquista di quei confini. Per lui, come per gli altri 21.630 italiani morti nella sesta battaglia dell’Isonzo, il prezzo fu enorme. Anche mio padre ha pagato perchè è cresciuto senza un genitore, spirato prima che lui nascesse». Forse anche i coetanei di un secolo fa sentivano, magari in maniera indistinta le affinità che li legavano al di là delle divise di diverso colore. Una testimonianza in tal senso viene dal diario lasciato da Mario Lodesani.
Della vita di del soldato Lodesani, morto a 21 anni appena compiuti, restano oltre a una foto, i ricordi di quelle pagine, conservate di generazione in generazione. Di recente il diario è stato esposto a Modena nella mostra organizzata per il centenario della Grande Guerra. Quelle pagine spiegano cosa aveva nel cuore molto più della storia ufficiale.
Mario Lodesani tra le trincee impara che i sudditi di Cecco Beppe, i sudditi dell’Imperiale e Regio governo con sede a Vienna, sono i coetanei trentini che parlano italiano come lui. Hanno risposto in massa all’appello dell’imperatore Francesco Giuseppe per difendere la loro patria e i loro confini: sono gli italiani che hanno dichiarato la guerra per primi.
Nel diario il giovane Lodesani confessa le sue paure: non ha che un lapis e pochi fogli, che tiene ben nascosti. Le preghiere, la speranza di tornare a casa dalla moglie appena sposata, non vuole farle leggere a nessuno e non può confessarle nelle lettere che spedisce a Modena. Non si sa mai, la censura militare che controlla la corrispondenza dal fronte e potrebbe leggere il segno di uno scarso patriottismo, magari di disfattismo strisciante e deferirlo alla corte marziale.
Dopo una battaglia il suo reparto cattura alcuni soldati nemici, tra cui alcuni trentini.
Mentre Mario li conduce nelle retrovie solidarizza con un ragazzo originario di Ala di Trento; in quelle ore di scorta armata nasce nasce un barlume di amicizia, lontano dall’orrore della guerra, con la vita giocata o persa nel mirino dei cecchini. Finisce che Mario gli offre del cibo, una parte della sua razione, una mezza pagnotta e carne in scatola. È tutto quello che può fare, oltre che registrare in qualche riga ciò che lo ha colpito del soldato, la moglie e i cinque figli che lo aspettano tra le montagne.
«Chi lo sa - conclude oggi amaramente il nipote Enzo - magari quel prigioniero è rientrato in famiglia mentre mio nonno fu rispedito al fronte. In quella maledetta giornata dell’8 agosto 1916 fu ferito al ventre e morì l’11 dopo tre giorni di sofferenze. Credo che dobbiamo molto a quei giovani di allora che si sono sacrificati».
Saverio Cioce
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