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I profughi under 18 di Modena tra storie terribili e un futuro difficile

Gabriele Farina
I profughi under 18 di Modena tra storie terribili e un futuro difficile

Annalisa Righi: «Così aiutiamo i piccoli stranieri soli in città Sono giovani vulnerabili, l’obiettivo è inserirli nella società»

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MODENA «Ragazzi a cui è capitato di tutto». Annalisa Righi conosce uno a uno i minori non accompagnati a Modena. Se Gian Carlo Muzzarelli s’è già definito il padre di tutti gli under18 in carico a piazza Grande; la responsabile del servizio socio-educativo può essere la madre dei nuovi arrivati.

«Il sindaco si presenta per la tutela individuale di ogni ragazzo - spiega Annalisa - poi delega ai servizi l’esercizio della funzione di tutela. C’è una serie di decisioni da prendere, dall’iscrizione scolastica alla copertura sanitaria. Diamo poi mandato alle comunità di creare un progetto educativo per ogni singolo ragazzo».

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Provengono soprattutto da Pakistan, Marocco, Bangladesh e Albania. Ogni storia meriterebbe un racconto a sé. «Ci sono storie strazianti - racconta la “mamma” - c’è chi ha visto morire persone care. A uno hanno sparato nel piede e ha visto decapitare il padre. Alcuni ragazzi hanno segni d’ansia molto forti, altri atteggiamenti più devianti quali uso di sostanze e aggressività».

Ma come arrivano al’aiuto del Comune? Solitamente tutto inizia dalle forze dell’ordine (specie Questura e Polizia Municipale). Le ragazze e i ragazzi possono presentarsi spontaneamente o essere segnalati da cittadini attenti. Svolti i controlli, i servizi chiedono la tutela individuale al Tribunale dei minori. Ottenuto il documento, scattano due mesi di pronta accoglienza.

«Abbiamo il tempo per conoscerli - rivela Annalisa - e capire se hanno fragilità, se hanno subito traumi, se hanno problemi di dipendenza. Facciamo uno screening sanitario e capiamo chi abbiamo di fronte per vedere a quale comunità affidarlo, compatibilmente con le risorse».

Da via Galaverna i nuovi arrivati possono essere indirizzati in quattro direzioni. Sono quelle del Centro di solidarietà (Ceis), della cooperativa Piccola Città, del San Filippo Neri e dell’Orione 80. «La responsabilità è sempre in capo al Comune - aggiunge la responsabile - ma la comunità garantisce vitto, alloggio e un progetto».

Secondo dati aggiornati a ieri pomeriggio ci sono 112 minori non accompagnati in città. Ben 47 sono giunti da inizio 2016. Per il sindaco la città è già «al limite dell’accoglienza». Nel 2015 gli arrivi erano stati 210 e i servizi hanno dovuto chiedere a realtà fuori dalla provincia pur di rispondere alle esigenze di tutti. I circa quaranta educatori sono disponibili h24.

Nelle comunità educative si trovano in genere i più giovani, in quelle di auto-autonomia i più grandi. Alla squadra di base si possono aggiungere esperti di Neuropsichiatria infantile e del dipartimento di Salute Mentale. «Ogni anno ci sono sintomi importanti in tre o quattro ragazzi - ammonisce Annalisa - c’è la stessa devianza che si riscontra tra gli italiani». Gli educatori non si sostituiscono alle mamme e ai papà.

«Hanno ancora in mente i genitori - riconosce la donna - per alcuni svolgono una funzione importante, li sgridano a volte. Molte famiglie s’indebitano pesantemente per mandare i figli in Italia». Due le frontiere su cui si punta: l’accoglienza in famiglia e l’educazione tra pari. La prima strada è stata percorsa da 29 minori sui circa 120 seguiti ogni anno. «Un riferimento importante in più - spiega Annalisa - che non sostituisce le comunità». Il secondo vede coinvolti giovani universitari, scout e volontari in genere. «È un modello che funziona - replica la donna - perché un ragazzo più grande rinforza il lavoro degli educatori». La paura più grande? «Che vadano ad alimentare giri loschi». La soddisfazione maggiore? «Rivederli dopo un po’ lieti e inseriti nella società».

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