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Mafie, le infiltrazioni a Modena non sono ancora finite

Carlo Gregori
Mafie, le infiltrazioni a Modena non sono ancora finite

Il nuovo rapporto dell'Antimafia: la città è ancora appetibile, da Gela controllano la cocaina mentre i casalesi ora cercano amici

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Il ritorno della mafia siciliana con i “picciotti” di Gela che gestiscono traffici di cocaina e eroina utilizzando anche gangster albanesi. I casalesi che rinunciano a militarizzare il territorio con estorsioni e intimidazioni e ora cercano “amicizie” su sponde locali influenti. Possibili infiltrazioni nel tessuto economico e politico locale da parte delle cosche della ’ndrangheta nonostante la batosta subita con l’ “Operazione Aemilia” e nonostante i controlli sulla gestione della ricostruzione post-sisma. Sono i tre elementi importanti segnalati per Modena e anche per l’Emilia-Romagna nel rapporto del secondo semestre del 2015 presentato dalla Dia (Direzione Investigativa Antimafia) appena pubblicato anche su internet.

In generale, a un primo sguardo, a livello emiliano la situazione nel 2015 pare essere migliorata grazie soprattutto alle operazioni della Dda bolognese e soprattutto alle conseguenze dell’Operazione Aemilia a Reggio e in parte a Modena che ha tra l’altro avuto ulteriori sviluppi.

MAFIA. La novità che emerge è però il ritorno della mafia siciliana. Non quella palermitana, bensì quella “nervosa” di Gela (Caltanissetta). Se a Bologna la Dda tiene d’occhio elementi legati a famiglie delle cosche storiche palermitane dei corleonesi e di Villabate e a Reggio elemento legati ai Provenzano, a Modena ora si segnala la presenza in provincia di soggetti legati ai clan della città di Gela, così come a Parma (clan Emanuello-Rinzivillo), e a famiglie originarie di Barcellona Pozzo di Gotto di Messina.

La presenza dei gelesi a Modena è legata al traffico di stupefacenti, il settore di maggior lucro per la mafia siciliana. Come indicato dalla “Operazione Triglie Rosse” condotta tra Parma e Agrigento, l’ Emilia - e Modena soprattutto - è percorsa da corrieri e trafficanti di cocaina e eroina che portano carichi di droga dalla Sicilia e che smerciano direttamente da noi. Sono traffici che si appoggiano anche alla presenza di malavitosi albanesi.

CAMORRA. La Dia sottolinea un cambio di strategia dei clan criminali camorristici in Emilia, soprattutto dei Casalesi. Non sembrano più interessati a conquistare un predominio “militare” del territorio, bensì a cercare “influenze” e “amicizie” corrompendo e creando reti di connivenze. Il settore di maggiori tentativi per i Casalesi a Modena è stato quello della ricostruzione post sisma. È quanto emerso anche dai provvedimenti interdittivi decisi dalla prefettura sotto il dottor Michele Di Bari che ha portato una azienda edilizia modenese ad essere esclusa dalla “white list”: è risultata incompatibile perché riconducibile a un imprenditore di riferimento del clan dei Casalesi, in particolare del gruppo Zagaria, già colpito dall’ “Operazione Medea”. Proprio questa analisi conseguente all’ “Operazione Medea” e l’interdizione hanno evidenziato, scrive la Dia nel suo rapporto, come il clan casertano, «per mascherare il legame con alcune ditte e far loro superare i vincoli imposti dalla normativa antimafia, avesse indotto queste imprese a simulare di aver subito intimidazioni ed estorsioni da parte dei Casalesi e a costituire un’associazione antiracket per accreditarsi di fronte al’opinione pubblica e alle istituzioni».

’NDRANGHETA. Al termine dell’Operazione Aemilia, la Dia rileva la presenza di una famiglia crotonese nelle province di Reggio, Parma e Piacenza, ma non a Modena. I carabinieri, sotto la direzione della Dda di Bologna, hanno proceduto a sequestrate beni per 330 milioni di euro e ad arrestare nove persone ritenute appartenenti o fiancheggiatori della ’ndrangheta in Emilia. Elemento inquietante, la Dia sottolinea che tra gli elementi coinvolti si segnalano professionisti e tecnici ai quali le cosche hanno chiesto di operare in favore dell’organizzazione criminale. In merito alle infiltrazioni per la ricostruzione post-sisma e agli appalti, viene riportato il caso ben noto di una azienda di costruzioni di San Felice, del valore ci 20 milioni, intestata a una donna, che è indagata per concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver favorito l’attività della cosca Grande Aracri.

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