Gazzetta di Modena

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Spilamberto, i ragazzi volanti sospesi nel vuoto

di Giovanni Balugani
Spilamberto, i ragazzi volanti sospesi nel vuoto

Camminano su una fettuccia elastica di pochi centimetri a decine di metri dal suolo, retti solo da un’imbragatura

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SPILAMBERTO. A guardarli lassù, sospesi nel vuoto a decine di metri dal suolo, camminare su una fettuccia elastica si pensa alla follia. A quell’irrazionalità che spinge le persone ben al di là dei propri limiti. Assurdo. Poi basta parlare con Matteo, 28 anni di Spilamberto, per capire. La passione che trasmette quando racconta la slackline (così si chiama la fettuccia da cui prende il nome la disciplina) è così profonda e radicata da innescare sensazioni uniche. E addentrandosi nella giungla dei tecnicismi, si capisce che dietro alla follia, in realtà, si cela meticolosità.

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Matteo Pancaldi ha conosciuto la slackline nel 2011 in Erasmus a Barcellona, mentre si laureava in Chimica e Tecnologia Farmaceutica: «Un amico mi ha fatto provare in spiaggia, a mezzo metro d’altezza. Sono stato subito rapito». La slackline si suddivide in diverse specialità: il trickline, che consiste nel compiere evoluzioni un po’ come sulla trave nella ginnastica artistica, il longline, camminare per la distanza più lunga possibile, e l’highline, letteralmente “linea alta” cioè camminare ad altezze considerevoli, di decine di metri, probabilmente la più spettacolare. E Matteo la pratica insieme ai ragazzi della Asd Slackline Bologna (su Facebook la pagina con un migliaio di fan). Con lui due ragazzi di Spilamberto, Riccardo Venturelli e Simone Vaccari, e tre di Bologna, Jacopo Pesce, Mirko Cangini e Lorenzo Casali.

«Abbiamo vinto un bando con la possibilità, per due volte la settimana, di fare raduni-lezioni al parco Villa Angeletti e ai Giardini Margherita, dove chiunque può avvicinarsi a questa disciplina». Pensare di prendere e iniziare subito a camminare tra due rocce a 50 metri d’altezza - quella sì - è una pazzia. «Per raggiungere quei livelli serve allenamento, fisico e mentale. Si deve conoscere anche il modo in cui cadere (si ha sempre un’imbragatura di sicurezza, ndr). È una sfida con se stessi. La prima volta mi sono bloccato. Sentivo il corpo che si rifiutava di camminare, allora l’unico modo per sbloccarsi è la concentrazione.

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“Se riesco a farlo al parco, posso farlo anche qui”, mi sono detto. E sono partito. Ogni volta è così, spariscono i pensieri, sei solo concentrato su quello che stai facendo, anche se arrivano piccole distrazioni, come una folata di vento, la temperatura, qualunque cosa. “Sto per cadere”: ma poi lotti e ritrovi l’equilibrio. È una metafora della vita». Una cultura che abbraccia amicizia e natura: «Non c’è competizione tra noi, se un compagno raggiunge nuovi livelli si è solo felici per lui. Poi si conoscono posti meravigliosi, in montagna o al mare, e la nostra disciplina rispetta in toto l’ambiente. Nostra abitudine è anche pulire dai rifiuti, che siano nostri o lasciati da altri, le zone che scegliamo per la slackline».

E per chi ancora pensa alla follia, Matteo racconta cosa si prova quando si è lassù: «Sei completamente trasportato dalle sensazioni, le più forti che io abbia mai provato nella mia vita. Qualcuno mi dà del pazzo, ma i pazzi sono loro».

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