«Così aiuto le bambine-soldato»
La religiosa in città racconta come ridà un futuro a ragazze vittime di violenze fisiche e psicologiche
Gli occhi dallo sguardo intenso e le mani dal movimento deciso e, allo stesso tempo, delicato, suor Rosemary Nyirumbe cattura l'attenzione e la curiosità di chi l'ascolta, non solo per l'animo battagliero che emerge dai suoi racconti ma anche per quella simpatia e semplicità tipiche di chi ha ricevuto in dono un particolare carisma, tanto che la si può definire la leader indiscussa del recupero della dignità perduta. La religiosa ugandese ha fatto tappa a Modena per presentare il suo libro dal titolo "Cucire la speranza" (edito da EMI - Editrice Missionaria Italiana). Il vissuto e l'esperienza di Suor Rosemary passa attraverso la vita di circa 2000 bambine-soldato rapite in giovane età dai ribelli di Joseph Kony e dal suo Esercito della Resistenza del Signore (Lra), una milizia che da anni semina morte nell'Africa centrale e fatte schiave sessuali dai combattenti. Ad ognuna di queste piccole donne, suor Rosemary ridà speranza e dignità che, in una quotidianità fatta violenze fisiche e psicologiche, erano completamente inesistenti. Lo fa in modo semplice: con amore, passione e compassione «perché per far sì che una persona ritrovi se stessa è importante che si senta amata», spiega la suora ugandese.
Ostetrica ed infermiera, abbandona la sua prima missione a Gulu (Nord Uganda) a causa delle minacce di morte ricevute dai miliziani. Nel 2001 fa ritorno come direttrice della Scuola professionale di Santa Monica: diventato con il tempo un luogo di rinascita per quelle ragazze che riescono a fuggire dai miliziani. «I ribelli, racconta suor Rosemary, hanno portato via la loro vita; quando tornano nei villaggi, spesso con al seguito uno/due figli, non vengono accolte neanche dai familiari». Dolore che si accumula ad altra sofferenza. Il ritorno, per quanto possibile, alla normalità non è immediato come spiega la stessa religiosa «è un processo molto lungo che può durare dei giorni, dei mesi ma anche degli anni dipende dai traumi che le ragazze hanno subito». Le storie, purtroppo, sono tante e tutte drammatiche: «una ragazza per salvare la sua vita ha dovuto uccidere la sorella, racconta suor Rosemary, e tutte le volte che mi vede mi dice che si sente in colpa per quel che ha fatto. Io le spiego che lei è libera da questo senso di colpa perché il Signore l'ha perdonata». «You are free. You are free» continua a ripetere la suora e, con umiltà, prosegue «io non ho fatto una cosa straordinaria ma ho, semplicemente, guardato dentro la mia religione e ho cercato di risolvere un problema che fa parte della mia cultura». Il suo moto è «la fede è meglio praticarla che predicarla» anche per questo all'interno dell'Istituto, opera sostenuta dall'ordine di appartenenza della religiosa, il Suore del Sacro Cuore di Gesù, si insegna un mestiere alle ragazze: realizzano le borsette con le linguette delle lattine, i vestiti e imparano a cucinare. «Prima usavano le macchine per sparare ora quelle per cucire. Lo scopo è quello di dare loro la dignità perduta e renderle autonome».
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