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Una perizia psichiatrica per l’assassino di Betta

Una perizia psichiatrica per l’assassino di Betta

Accolta la richiesta della difesa: giovedì verrà affidato l’incarico ad un medico che esaminerà Armando Canò, l’ex compagno reo confesso dell’omicidio

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Omicidio di Bernardetta Fella, la 56enne strozzata dall’ex compagno Armando Canò e poi abbandonata in un frigo, nella cantina della abitazione della donna in strada Nazionale per Carpi.: si farà la perizia psichiatrica sull’assassino.

È stata infatti accolta la richiesta di incidente probatorio avanzata dalla difesa, rappresentata gli avvocati Bergami e Baisi incaricati dai due figli di Bernardetta. La procura non si è opposta alla richiesta. Giovedì pertanto ci sarà l’udienza in cui si provvederà ad affidare l’incarico ad uno psichiatra che valuterà il caso di Armando Canò. Come ha riferito l’avvocato Bergami, lo psichiatra avrà poi novanta giorni per depositare la perizia dalla quale è auspicabile possano risultare parecchi elementi utili al caso. Si potrà infatti cercare di stabilire il grado di infermità mentale, se il vizio era totale o parziale, se nel tempo era mutato rispetto alle condizioni conosciute dagli altri medici che l’avevano avuto in cura. L’uomo, così come Bernardetta, era un paziente in cura da anni nei Centri di salute mentale gestiti dall’Ausl. I due si conobbero proprio in uno di questi centri, durante una visita. E fu un incontro fatale: Armando Canò era appena uscito di prigione per un furto e venne accolto da “Betta” nella sua casa. Poi, per anni, la loro storia era diventata un susseguirsi di violenze, di reciproche accuse, di litigi. Betta, depressa e malata ma autosufficiente, si confidava con le amiche, con le persone con cui faceva ore di volontariato e raccontava che lui la picchiava, che veniva in casa e le che le rubava soldi e piccole cose. Le forze dell’ordine erano ormai “abituate” a quelle chiamate. Una sola volta ci fu un episodio di violenza che finì in denuncia per lesioni.

Nel luglio scorso l’omicidio: Armando Canò venne subito rintracciato, era a casa della sua nuova compagna a Castelfranco ( pure lei in cura) e confessò in breve alla polizia il delitto che aveva commesso una settimana prima: «L’ho strangolata, l’ho uccisa con le mie mani».

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