Bodei a Festival Filosofia 2016: La madre di tutte le battaglie? È quella che si fa con sè stessi
Dai poemi omerici, alle origini del pensiero occidentale, fino a Freud e Marx «Oggi abbiamo l’illusione della libertà, ma in realtà siamo fragili e insicuri»
MODENA. Vincere contro se stessi, una lotta difficile che esige una ferrea disciplina, esattamente come nello sport. Remo Bodei, di fronte a una folta platea nonostante la pioggia, ha parlato della battaglia forse più difficile per l’uomo, quella con se stesso, «una lotta mai conclusa, mai completa, animata dal continuo bisogno di essere alimentata. Quando veniamo al mondo - ha esordito Bodei - dobbiamo affrontare tappe forzate per inserirci in un ordine già esistente, per dare maggiore consistenza alla nostra personalità, staccandoci dalla nostre spontanee propensioni per ritagliarci uno spazio e un’attività, per conquistare un certo livello di autocontrollo. Dovendo rispettare regole e avendo dei doveri verso la società, siamo obbligati a questa lotta e da questo aspro conflitto torniamo sconfitti, con ferite e cicatrici
. La battaglia con noi stessi implica sofferenza e rischio, rischio di logorarsi, di andare alla deriva, sognando di tornare all’infanzia quando non si dovevano prendere decisioni, di non essere responsabili». All’alba della nostra civiltà scritta i poemi omerici ci offrono uno spazio di perplessità, in cui viene suggerito un interruttore alle nostre azioni. Proseguendo, troviamo che l’immagine della corsa è all’origine della filosofia occidentale. «In San Paolo e in Thomas Hobbes - afferma Bodei - ritroviamo la metafora della corsa della vita, espressa in modo molto diverso. In San Paolo il problema è il dove si va. Il cristiano lotta per la vita eterna, i campioni della fede muoiono per testimoniare la propria fede.
Finite le perquisizioni, la lotta dei cristiani si interiorizza, si costruiscono da sé prove e sofferenze per migliorare se stessi seguendo l’insegnamento del Vangelo, di essere perfetto come lo è il Padre nostro dei cieli. Si mettono in pratica una serie di esercizi di vigilanza e dominio sulla propria fisicità ma anche in termini di immaginazione, per sconfiggere le tentazioni, eroi dell’autocontrollo e delle privazioni». Di tutto questo auto-martirio, ha spiegato Bodei, nella nostra civiltà di oggi è rimasta l’idea di una lotta interiore per insegnare agli altri una virtù senza limiti: è così che si è forgiato l’uomo occidentale. «Per Hobbes - spiega - si corre invece per una gara che contempla solo la capacità di vincere, in un movimento ininterrotto. La felicità per Hobbes è un continuo progredire, è una corsa che non lascia tregua a nessuno, in cui restare indietro vuole dire essere calpestati, è una lotta alla sopravvivenza».
In Marx, in Freud, in certe pedagogie, ritroviamo l’idea del conflitto in funzione dello sviluppo e della crescita. «Oggi si parla sempre di più di esercizi spirituali - prosegue il professore - per rafforzare e cambiare noi stessi. Ci ritroviamo disorientati, in passato eravamo convinti di essere noi a fare la storia, oggi non sentiamo più quali sono i vincoli che ci legano al passato, e la nostra percezione di essere liquidi ci dà un’illusione di libertà». L’insicurezza aumenta, ci troviamo davanti a rassegnazione e mancanza di forza d’animo. «Tutte le etiche sono state oscuramente consapevoli della propria relatività - conclude Bodei - Non c’è più una fondazione precisa, disancorati dalle tradizioni e di fronte a una perdita di autorità dei riferimenti ci battiamo contro ostacoli interiori». E c’è da chiedersi se in questo mondo globalizzato «riusciremo a reggere alla sfida di una concorrenza aggressiva e spietata».
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