Nietzsche e la fragilità del funambolo
Giuliano Campioni si addentra in “Così parlò Zarathustra” e nell’uomo superiore dal destino tragico
MODENA. Di “Così parlò Zarathustra”, la notissima e spesso incompresa opera di Nietzsche, ci parla Giuliano Campioni, ex professore presso le Università di Lecce e di Pisa, ed esperto del filosofo tedesco che sviluppò nell’opera suddetta i concetti cruciali del suo pensiero, ovvero: la morte di Dio, l’Eterno Ritorno dell’Identico, la Volontà di Potenza e il Superuomo.
Da dove nasce questo testo così dibattuto? Campioni individua almeno quattro fonti: i persiani, Schopenhauer, Byron ed Emerson.
Il filosofo apprezzava molto i persiani (Zarathustra ricalca il profeta Zoroastro) e i loro sistemi educativi basati sul tiro con l’arco, il cavalcare e il dire sempre la verità; da giovane aveva una predilezione per Schopenhauer, dal quale ereditò l’idea della necessità di un allenamento duro per ciascun essere umano; tutti sanno quanto Nietszche amasse il poeta inglese Byron dal cui Manfred attinse l’idea dell’uomo superiore; infine, egli nutriva una passione davvero smisurata per Ralph Waldo Emerson, pensatore americano che espresse i concetti di oltreuomo e di autoaffermazione.
Nel prologo dell’opera, l’autore si concentra sull’ambivalente figura del funambolo, utile per caratterizzare il percorso dell’uomo. Quest’ultimo, infatti, è per Nietzsche una sorta di “cavo teso tra la bestia e il superuomo”, un ponte, un elemento di transizione ormai al tramonto.
La figura del funambolo è stata interpretata in modi assai diversi, ora come uomo del presente che osa, spirito libero e dinamico, ora invece come il filisteo della professione al di fuori della quale non è nulla, ora come il simbolo dell’uomo che tende alla perfezione ma è ancora preso dalle vecchie fedi.
Per il professor Giuliano Campioni, il funambolo è un uomo superiore (attenzione, non il Superuomo) che si stacca dalla massa del mercato, vive pericolosamente, lontano dalle soddisfazioni egoistiche.
Egli ha vissuto la durezza del dressage, lontano da improvvisazioni di sorta e quando morente dice a Zarathustra di essere poco più di una bestia che ha imparato a danzare, il profeta gli risponde: “No, tu hai fatto del pericolo il tuo mestiere e meriti che io ti seppellisca con le mie mani”.
I funamboli hanno un talento indiscusso e vivono in una condizione non dissimile da quella dei matematici: o cadono o non cadono, non può esserci una terza possibilità. Essi non fingono come gli attori di teatro, ma rischiano l’osso del collo per ricevere un misero “Bravo!”
Sembra quindi ragionevole dedurre che per Nietzsche valga assolutamente la pena di vivere pericolosamente, mettersi in situazioni rischiose in cui le false virtù non servano a nulla, avventurarsi su ogni corda, osare, sperimentare modelli di vita innovativi, emanciparsi.
E anche se il funambolo è un uomo superiore, ombra di Dio e del Superuomo, stimato dal profeta, nell’opera emerge ugualmente tutta la sua fragilità perché sarà un pagliaccio ad essergli fatale.
Ciononostante, resta nel lettore la forte idea della tensione (dell’uomo superiore) verso il superamento di sé e delle proprie contraddizioni per assurgere al livello del Superuomo e quindi per occuparsi non di se stesso ma di redimere l’Uomo in generale.
Una tensione che ha però il suo risvolto tragico nel fallimento conclusivo non solo del funambolo e di ogni uomo superiore, ma anche dello stesso Zarathustra.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google

